Geografie del sud mediterraneo

Partii solo, senza un compagno di viaggio la cui presenza avrebbe potuto sollevarmi, senza una carovana cui potermi unire, ma spinto da un impulso irresistibile e dal desiderio, a lungo coltivato in cuor mio, di visitare questi nobili santuari. E così, rafforzata la decisione di lasciare tutti i miei cari, femmine e maschi, lasciai la mia casa così come gli uccelli lasciano il nido.” Ibn Battuta1


Il Cairo, in una calda notte d’ottobre, e di
ramadam. Sharia ibn Taalab, hotel Cosmopolitan: un imponente edificio art nouveau, con una grande hall di ingresso con porte girevoli, il tappeto rosso, un grande lampadario di cristallo e due camerieri dalla pelle scura in livrea… No, non immaginatevi un hotel di lusso, piuttosto, quello che resta di un grand hotel degli anni venti, con le decorazioni e i mobili laccati in legno scuro, la moquette un po’ consumata e l’aria di un luogo che ha ospitato generazioni di viaggiatori, i primi in abiti da Charleston e da esploratori, in partenza per una crociera sul Nilo o per una passeggiata alla piana delle piramidi. Fuori, un piccolo caffè con una nuvola di tavolini di plastica rossi e viola sparsi sulla strada è affollato di instancabili fumatori di sheesha (la pipa ad acqua tradizionale). Dentro, il leggendario caffè dell’hotel è chiuso. Saliamo in camera e cominciamo a leggere il nostro libro di viaggio…

Abu ‘Abdallah ibn Battuta è stato giustamente celebrato come il massimo viaggiatore dell’epoca premoderna. Era nato a Tangeri, in Marocco, nel 1304, all’epoca della dinastia dei Marinidi, e apparteneva a una famiglia di giuristi musulmani. Nel 1325, dopo aver studiato legge, lasciò la città natale per recarsi in pellegrinaggio – hagg – nella sacra città della Mecca in Arabia…


Che città è il Cairo? I numeri ci dicono che è una metropoli con oltre 15 milioni di abitanti ed una densità abitativa tra le più alte al mondo. La storia, che la città fu fondata alla fine del X secolo dalla dinastia dei Fatimidi (nei pressi di un centro religioso molto più antico) e che in breve divenne una grande città con ridenti giardini, illuminazione stradale, edifici alti sino a 14 piani ed un ospedale pubblico che lasciava di stucco i viaggiatori per la “innumerevole quantità di attrezzature e di medicamenti” (Ibn Battuta). Una città estremamente florida, che continuò a crescere sotto le dinastie successive ma che rimase sostanzialmente medioevale fino alla metà del XIX secolo quando il viceré Ismail (tornato dai suoi studi in Francia) decise di trasformarla in una città in stile europeo. Invitò dunque architetti dalla Francia, dal Belgio e dall’Italia a progettare una città nuova da costruire accanto alla vecchia bonificando in soli 10 anni un’ampia zona paludosa. In quegli stessi anni, l’apertura del Canale di Suez, l’introduzione di una linea telegrafica e di un sistema postale all’avanguardia e molti altri progetti (ambiziosi e costosi) fecero del Cairo un polo d’attrazione di capitali stranieri.
2 E contemporaneamente di viaggiatori occidentali alla scoperta dell’antico Egitto.

Scritta nello stile letterario in voga all’epoca, la Rihla [cronaca di viaggio] di Ibn Battuta offre un panorama completo dei personaggi, dei luoghi, dei governi, degli usi e costumi e peculiarità del mondo islamico nel secondo venticinquennio del XIV secolo. E’ anche il resoconto di una spettacolare avventura personale. (…) Per la storia di alcune regioni, quali, ad esempio, la regione sudanese dell’Africa occidentale, l’Asia Minore o la costa del Malabar in India, questa narrazione è la sola testimonianza diretta degli eventi politici, della geografia antropica e delle condizioni sociali ed economiche per un periodo di oltre un secolo. Ibn Battuta non aveva alcuna preparazione specifica nella stesura di testi geografici, storici o etnografici, ma, come ebbe a dire Gibbs, era “l’esempio supremo del géographe malgré lui”.


Geo-grafia, scrittura della terra, delle sue forme e configurazioni, naturali e antropiche. Scrittura di luoghi, città e paesaggi. Di forme di vita e capacità di trasformare, di abitare, di conservare.
Che città è, oggi, il Cairo? Cominciamo a percorrerla avanti e indietro, in lungo e in largo, a piedi e in autobus, in taxi e in metropolitana e, giorno dopo giorno, l’idea che ci facciamo è che il Cairo non è una ma tante città, affiancate una all’altra senza alcuna soluzione di continuità. E’ la città ottocentesca del Cosmopolitan, voluta da Ismail e costruita con ampli viali dritti e grandi piazze tonde come la Talaat Harb e la Midan Tahrir, dove l’impianto occidentale è trasfigurato dai negozi locali e da un traffico di vecchie automobili rozzamente rattoppate e trasformate in taxi bianchi e neri che sfrecciano di qua e di là come piccole orche sbuffanti, senza eccessiva cura per i rari semafori e i passanti. Ma è anche la vecchia città islamica, ovvero il Cairo medioevale, con i suoi vicoli non asfaltati, stretti e labirintici, affollati di moschee e minareti, botteghe e bancarelle, cataste di galline, papere e piccioni in gabbia, capre che pascolano libere insieme a bambini scalzi che giocano nel fango, donne sedute o sdraiate per terra sulle battute delle porte, e strade intere che vendono soltanto narghilè o pentole, lana, carta, e quant’altro e, nelle zone più turistiche, gadget a forma di cammelli, piramidi, scarabei e così via. Un’altra città, è la Città dei Morti abitata anche dai vivi, ovvero il vecchio cimitero monumentale dove l’abitudine tradizionale di costruire stanze per banchetti con cui commemorare i morti, ha progressivamente dato luogo, per la crisi economica e la difficoltà di trovare case a poco prezzo, ad una diffusa occupazione delle tombe e alla loro trasformazione in case, da parte della fascia più povera della popolazione (circa un milione di persone). Un’altra e ancora diversa, è la città che vive lungo il Nilo, centro lineare del sistema di città che gli è cresciuto fittamente intorno e che, sul fiume, scivolano dolcemente in acqua, senza grandi argini a muraglia ma piuttosto con zone verdi, terrazze, giardini, campi sportivi, piattaforme e barconi galleggianti su cui si susseguono decine di caffè, ristoranti, locali affollati e festosi, pieni di uomini e donne (praticamente tutte col velo) e bambini che giocano. Un’altra, è la città dell’espansione degli anni ’60 e ’70. E ancora un’altra, non meno vera né meno importante, è la super sorvegliata città che vivono i turisti: il Museo Egizio, le piramidi di Giza e i grandi alberghi internazionali e, tra un luogo e l’altro, quei tunnel spaziotemporali che sono i pullman privati.

 

Cairo

Con noi (tra i pochissimi occidentali in giro per le strade) tutti sono gentilissimi: le ragazze ci guardano ridendo, i bambini ci salutano in inglese, molti provano a offrirci più o meno dichiaratamente i loro servigi per farci da guide, gli uomini con la fronte segnata dal bernoccolo della preghiera e della devozione (un callo nero e sporgente che su alcune fronti sembra davvero una specie di mutazione), semplicemente, ci ignorano. Così che quando anche noi decidiamo che è arrivato il tempo di rendere omaggio alle mummie dei faraoni, accodandoci alla lunga fila di turisti americani, tedeschi, giapponesi, appena scesi dai pullman, per passare attraverso i varchi elettronici del metal detector, abbiamo l’impressione di star davvero passando una frontiera. A sorpresa, però, il ventre del museo si rivela incredibilmente simile alla città che gli sta intorno: infatti, la pianta neoclassica e rigidamente simmetrica dell’edificio assume un carattere labirintico per la mancanza di indicazioni chiare, e ovunque, sulle belle teche antiche di legno e vetro, sulle statue, sulle cornici, dappertutto, una densa patina di polvere ricorda i cumuli di macerie che ancora ricoprono i tetti e i vuoti della città antica devastata dal terremoto del ’92, e i cumuli di immondizia che abitano le fosse che un tempo contenevano le barche solari di Cheope.3 Se sono tante le città del Cairo, uno solo è il loro colore: il grigio, della polvere, della sabbia e dell’inquinamento.

Saliamo sul minareto di una moschea della città antica per guardare la città dall’alto. Sotto di noi, dentro il cortile della moschea, il pavimento di pietra è ricoperto dai tappeti verdi della preghiera e gli uomini vi stanno sopra con disinvoltura a pregare, chiacchierare, dormire; al centro del cortile la fontana per la purificazione rituale e la chioma di un grade albero rendono questo spazio ancor più verde, sereno e accogliente. Fuori, appena al di là delle mura della moschea, la città appare in tutta la sua problematica bellezza: cupole e minareti si innalzano in mezzo ad una fitta trama di edifici i cui tetti sono cumuli di macerie e di immondizia. Le case formano un tessuto continuo, certamente ricco di qualità ma terribilmente povero di cure, servizi e spazio pubblico.

Diverso, ma altrettanto significativo, il panorama che ci si trova di fronte dalla caffetteria rotante della Cairo Tower, la torre a forma di tubo di vimini che sorge al centro della benestante isola di Gezira e che si dice sia stata provocatoriamente costruita da Nasser con soldi americani ricevuti per acquistare armi (dagli stessi americani). Il panorama, che ruota faticosamente e un po’ a balzi a 360 gradi, ci mostra la città nella sua dimensione più vasta: il Nilo, punteggiato dai grandi battelli turistici e dalle torri dei grandi hotel internazionali, solcato da giganteschi ponti a più corsie che, a terra, si snodano in una ramificazione di grandi strade a più quote, in mezzo ad una trama di palazzi anni settanta, di altezze variabili, sormontati da grandi insegne pubblicitarie. In lontananza, ai margini della città, nel cielo rosso del tramonto, si intravedono le piramidi, perfetti solidi geometrici che da qui mostrano tutta la propria imponenza e astrazione.

Quello che da quassù non si può vedere è cosa succede in questa città durante il ramadan. Per capirlo occorre scendere per strada perché è qui che, al Cairo più che nel resto del mondo musulmano, sia la preghiera che la festa assumono un carattere di grande evento collettivo in cui le strade della città vecchia, allo scoccare dell’ora di preghiera, vengono improvvisamente chiuse, ricoperte di tappeti verdi e invase dai fedeli in ginocchio, per essere poi trasformate, all’approssimarsi della rottura del digiuno, in allegre sale da pranzo all’aperto, allestite con lunghissime e colorate tavolate collettive. Parallelamente, intorno al Cosmopolitan migliaia di tavolini occupano i marciapiedi difronte a piccoli o grandi ristoranti mentre, passata l’ora di cena, le strade diventano un fiume in piena di taxi strombazzanti, i marciapiedi una massa incredibilmente densa di gente che entra ed esce dai negozi carica di pacchi, di cibo, di leccornie (in qualcosa di simile al nostro natale). Più in là, in certe strade occupate dal mercato, la folla è tale che è quasi impossibile riuscire a camminare.

Complessivamente, l’impressione che abbiamo del Cairo è di una città economicamente poverissima, ma anche, nonostante tutto, estremamente vitale: capace di far festa e di divertirsi, per strada, sul fiume, nei caffè tradizionali o sui ponti, dove la sera vengono improvvisati semplici caffè temporanei.

Chi viaggia lungo il Nilo non ha alcun bisogno di portarsi provviste perché può scendere a terra ogniqualvolta lo desideri, per abluzioni, preghiere, acquisto di viveri o qualsiasi altro scopo. Dalla città di Alessandria al Cairo c’è una serie continua di bazar… città e villaggi si susseguono l’un l’altro ininterrottamente lungo le sponde e non vi è nulla di simile nel resto del mondo abitato, né vi è fiume nel mondo conosciuto il cui bacino sia altrettanto intensivamente coltivato.”


Come il Cairo abita il Nilo affollando il suo delta a ventaglio, Alessandria abita la costa abbracciando il mare con un lungo arco di palazzi bianchi. Frugando nel suo passato, scopriamo che questa città lunga una ventina di chilometri e larga appena tre, non è stata soltanto la grande città antica che, narra la leggenda, imponeva a tutte le navi che volessero entrare in porto di consegnare un manoscrittto perché se ne potesse fare una copia, ma, in anni molto più vicini a noi, Alessandria è stata una città dove la vita era “vivacissima”, animata dal traffico commerciale del Canale di Suez. Come racconta nel 1883 Rodolfo d’Asburgo, erede al trono di Vienna giunto da Trieste sul piroscafo Miramare, qui “la gente che incontri ha indubbiamente il tipo di razza mista, che ditinguesi col nome di ‘levantina’, ed è una mescolanza d’italiano, di greco, d’armeno e di ebraico. Vestono quasi tutti all’europea, ma i più col fez sul capo”. Benestante, colta e cosmopolita, dall’apertura del canale di Suez fino alla rivoluzione anti-occidentale di Nasser negli anni sessanta, Alessandria diventa una piccola New York del Mediterraneo: meta di un fenomeno di immigrazione, prevalentemente al femminile, poco conosciuto ma molto diffuso. A partire per questa rotta inversa rispetto all’immigrazione di oggi, erano soprattutto giovani italiane del nord est: contadine friulane, dalmate, istriane. In fuga dalla fame, dalla povertà, dal fascismo o dall’antisemitismo. Storie di sofferenza ma anche, a volte, storie fortunate di emancipazione. Infatti, se lo sfruttamento nei bordelli locali era certo un fenomeno diffuso, molte erano le donne che trovavano lavoro come cameriere, cuoche, governanti o badanti: “Come Maria Faganelli, che divenne governante in casa di Boutros Ghali, futuro segretario delle Nazioni Unite. O Danica Furlan, ottantacinquenne viva e vegeta, che fu dama di compagnia dell’ultima regina d’Egitto alla corte di Faruk. Oppure la vecchietta dalmata che finì in casa di Ungaretti e raccontò al poeta le prime fiabe, storie di ‘donne bianchissime sotto la custodia di neri terribili’…”.
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Trascorriamo ad Alessandria soltanto una giornata, giusto il tempo di passeggiare lungo la Corniche ed immergerci per qualche ora nella nuova biblioteca (dove, se i libri sembrano ancora scarseggiare, molte postazioni internet sono gratuitamente a disposizione di tutti). Basta poco però per accorgersi che la ricchezza di un tempo non abita più qui e che l’atmosfera cosmopolita ha lasciato il posto ad uno sguardo intransigente. Appena provo a camminare a braccia scoperte vicino al mare, il mondo intorno a me diventa pericolosamente ostile: “chickenwings” mi urla qualcuno con tono di rimprovero.

Taluni scrittori occidentali hanno visto in Ibn Battuta un esploratore coraggioso come Marco Polo, che rischiava la propria vita per scoprire la terra incognita e diffonderne la conoscenza. In realtà l’esperienza di Ibn Battuta fu radicalmente diversa da quella del viaggiatore veneziano. Marco Polo si recò come visitatore straniero in terre che pochi europei avevano visto e i cui abitanti sapevano ben poco, né si curavano di saperne di più, dell’Europa. Era una curiosità, uno “straniero in terra straniera”…


Tripoli. Qui tutto è ‘sotto controllo’, a partire dall’arrivo in aeroporto dove, per ottenere il visto, occorre che un agente
di viaggi venga a prelevarvi (e a riaccompagnarvi), facendovi scivolare da una parte all’altra della barricata! Per strada circolano grandi macchine silenziose e luccicanti e, man mano che ci avviciniamo, la città ci appare subito in stridente contrapposizione al Cairo: è relativamente piccola (1.700.000 abitanti) e molto ordinata, tutta dipinta di verde e di bianco (i colori nazionali), non solo i palazzi (bianchi con infissi e modanature verdi) ma anche gli alberi (con il tronco dipinto di bianco), senza un’ombra di pubblicità (finalmente) ma ricoperta di gigantografie di Gheddafi (in varie pose ed abiti). E’ chiaro che è una città che aspira a far bella figura, e che il livello di benessere qui è molto più alto rispetto al Cairo.

In effetti, da quando nel 1959 venne scoperto il petrolio, l’economia della Libia è diventata una delle più dinamiche del mondo, con un reddito pro capite che oggi è il più alto dell’Africa. Infatti, grazie alla politica rivoluzionaria di Gheddafi5 gli appalti delle compagnie petrolifere straniere sono stati ritrattati portando gli interessi della Libia, sulle attività internazionali di sfruttamento delle sue risorse naturali, dal 25 al 50 %. Una ricchezza almeno in parte redistribuita attraverso investimenti nell’agricoltura, riforme sociali e programmi di sviluppo a lungo temine come il molto discusso e già parzialmente attuato ‘Grande Fiume costruito dall’uomo’: un sistema di prelievo e distribuzione dell’acqua sotterranea del Sahara, attraverso centinaia di pozzi e migliaia di chilometri di condutture.

 

Tripoli1

La tendenza del colonnello ad attuare con fermezza piani più o meno visionari ha anche determinato la trasformazione radicale del rapporto della città col mare: infatti, subito dopo la rivoluzione, Geddafi progetta e realizza una enorme piazza per raduni di massa, la Piazza Verde, collocandola dove la medina e la città nuova (la città dalle larghe vie porticate costruite ad inizio del secolo dagli italiani) si incontrano sul mare. Negli anni ’70, un altro intervento ridisegna ancora il fronte a mare: la linea di costa viene spostata a largo di circa cinquecento metri per far spazio ad una fascia di giardini, parcheggi e, soprattutto, ad una grande strada veloce che gira intorno alla medina e al suo castello. Castello le cui mura un tempo erano a picco sul mare.

Come al Cairo, sono praticamente l’unica donna che siede ad un caffè (non per turisti) a fumare sheesha e bere lo squisito, dolcissimo e profumato tè con ramoscelli di menta. Non sono invece l’unica donna a vestire pantaloni. Infatti anche sul fronte della questione femminile la politica di Gheddafi è andata controcorrente e, anzi, è stata forse uno dei cambiamenti più radicali proposti dopo il colpo di stato. Appena formato, il governo rivoluzionario garantì per legge alle donne diritti pari a quelli degli uomini: il diritto a non sposarsi contro la propria volontà e la possibilità di ottenere un ‘permesso speciale’ per sposare la persona amata (in caso di divieto da parte del padre), il diritto di possedere e disporre di proprietà private e il diritto alla parità salariale. Successivamente Gheddafi andò oltre, fondando un corpo speciale di polizia femminile ed affidando la propria sicurezza personale a delle guardie del corpo di sesso femminile: un gesto che se dall’occidente può apparire semplicemente eccentrico, da qui appare coraggiosamente emblematico. E nonostante la segregazione sociale femminile pare rimanga altissima in Libia come nella maggior parte dei paesi arabi, quando per caso entriamo in una banca, troviamo che qui la maggior parte degli impiegati sono donne, anche se tutte rigorosamente velate. Il capo scoperto (con lunghi capelli bruni sciolti o più spesso raccolti in una coda) viene portato soltanto da ragazze molto giovani e rigorosamente con i pantaloni: non jeans, ma divise militari, sagomate su misura in minuscole sartorie in strade specializzate in questo genere di vestiario. D’altra parte, se questa è una moda riservata alle ragazze, non è raro invece vedere donne nell’abito bianco tradizionale: l’abito che lascia scoperto soltanto un occhio. La maggior parte di loro sono mendicanti e si aggirano per la città e i caffè un po’ come dei fantasmi.

Se una ragazza egiziana in aereo ci aveva descritto Tripoli come una noia mortale rispetto alla frizzante vitalità del Cairo, noia a cui lei come molti altri è stata costretta per trovare lavoro, l’autista che un giorno ci accompagna a fare un giro verso il deserto, armato di un videofonino di ultima generazione, chiama gli egiziani ‘facce di merda’ perché, ci dice, sono degli affamati che vengono in Libia a cercare lavoro disposti a fare qualunque cosa, a qualunque paga, e a qualunque condizione di vita. Due egiziani, per esempio, lavorano la terra nel suo giardino.

Eppure, nonostante questo disprezzo, il gran numero di chilometri che ci separano dal Cairo e le differenze evidenti tra le due città che in molte cose sembrano l’una l’opposto dell’altra, ci bastano poche ore per avvertire la continuità che unisce questi luoghi e che, durante il ramadan, li lega esattamente in un unico ‘tempo’, che ignora fusi orari e confini nazionali. Alla quiete sonnolenta del mattino e del primo pomeriggio, animata soltanto dai profumi delle cucine dove tutto il giorno si preparano cibi per la festa serale, all’avvicinarsi dell’ora in cui non è più possibile distinguere un capello grigio tra i capelli neri, subentra la frenesia che precede il canto del muezzin: chi è in giro affretta il passo, magari fermandosi in pasticceria per comprare al volo dei dolci, e poi via, di corsa verso casa. Poi, nel silenzio, il canto roco ma dolce e penetrante del muezzin. Poco dopo, le strade si riempono di gente, si aprono le porte delle botteghe, i tavoli dei caffè si popolano di fumatori di sheesha che chiacchierano e giocano a carte o a domino, bevendo tè o caffè. E poi, poco più tardi, il lungo mare, i giardini e la Piazza Verde si riempiono di una folla di famiglie che chiacchierano, passeggiano, si regalano foto ricordo in teatrini di posa temporanei, montati sin dal pomeriggio sulla grande piazza: dondoli decorati con piume e fiori finti ed animati dalla presenza di dolcissime gazzelle.

Ibn Battuta compì i propri viaggi quasi esclusivamente nell’ambito culturale di quello che i musulmani chiamavano il dar al-Islam, o la Dimora dell’Islam. Questa espressione indicava le terre in cui prevaleva la popolazione musulmana, o in cui re o principi musulmani governavano maggioranze non-musulmane e, di conseguenza, la shari’a, o Legge Sacra, dell’Islam, costituiva, presumibilmente, la base dell’ordine sociale… Quindi, quasi ovunque si trovasse, Ibn Battuta viveva insieme ad altri musulmani, uomini e donne che non solo avevano le sue stesse credenze religiose e praticavano i suoi stessi riti, ma condividevano i suoi valori morali, le sue idee sulla società, i suoi usi e costumi quotidiani…


Tunisi. Qui, improvvisamente, ci sembra di essere di nuovo un po’ a casa.

La città ha un’aria dolce e gaudente. In giro non si vedono militari. Si vedono, invece, coppie di innamorati abbracciarsi sulle panchine dei parchi. La maggior parte delle donne non porta il velo e, nella medina, gli uomini portano dietro l’orecchio mazzolini di gelsomino (boccioli legati fittamente uno accanto all’altro e montati su piccole canne). Dappertutto, nella medina come nella città nuova, ci sono pasticcerie o semplici banchi pieni di dolci colorati e biscotti profumatissimi. La ville nouvelle, costruita dai francesi, ha un’aria un po’ parigina, con un grande viale alberato che porta alla medina, con larghi marciapiedi laterali su cui si susseguono caffè con sedie di paglia intrecciata e grandi palazzi dalla facciate eclettiche e monumentali.

Anche la medina ha un’aria serena, tutta dipinta di calce bianca e infissi celesti, con ringhiere bombate e porte ad arco a ferro di cavallo che si aprono su cortili interni rivestiti di piastrelle decorate e trafori bianchi come pizzi ricamati, mausolei sormontati da cupole verdi a squame di pesce e madrase (scuole coraniche) con cortili porticati e suq (mercati) coperti a volta e ordinati per attività commerciale che si susseguono in una ragnatela intricata: il suq degli orafi, dei profumieri, dei sarti, dei cestai, dei librai, dei pasticceri. E nonostante ad un primo impatto oggi sia tutto un po’ mescolato nel mercato dei souvenir, basta allontanarsi dalle vie centrali per scoprire una medina autentica, vitale e dinamica: l’unica, tra l’altro, in cui troviamo un centro dedicato alla conservazione della città antica ed alla promozione di interessanti interventi di recupero delle sue aree più degradate. L’unica in cui troviamo un caffè dove ogni sera si fa musica dal vivo, non per gli stranieri, ma per un pubblico scatenato di uomini e donne locali, un po’ di tutte le età, che cantano battendo il ritmo con le mani, ballano e ridono, fumando sheesha e bevendo tè.

Il solo segno che avvertiamo di quello che in realtà, anche qui, è un governo dal pugno di ferro, sono i ritratti (che è un reato non esporre) del presidente Ben Ali, al potere da quando nel ’87 con un colpo di stato fece dichiarare Habib Bourguiba non più in grado di governare. Come il predecessore,6 anche Ali ha guidato la repubblica attraverso una continua repressione delle libertà politiche e personali.7

Ma qual’è la forma di questa città così vicina alla punta orientale della Sicilia che nei mercatini di Trapani le ceramiche locali si mescolano silenziosamente con quelle tunisine, così come il couscous che abita i piatti di entrambe le sponde? Al contrario di quanto si potrebbe immaginare, pur trovandosi in prossimità del mare, Tunisi non è una città sul mare. Sul mare infatti stava Cartagine, alle cui spalle si apriva un lago, al di là del quale c’era un altro lago. Sull’istmo roccioso a cavallo tra i due laghi, Tunisi nasce come espansione di Cartagine nel territorio circostante. Molti secoli dopo la sconfitta della roccaforte fenicia, i nuovi dominatori arabi decisero di fare di Tunisi la propria città costruendovi la loro medina e scavando nella laguna un profondo canale per dare alla città uno sbocco sul mare. Più tardi, i nuovi dominatori francesi, bonificando il terreno sul lago ad est della medina, costruirono la propria città a maglia ortogonale facendo dell’asse est-ovest la direttrice principale della città, che raccordava su un’unica linea la medina, la città nuova e, con un nuovo istmo artificiale, la Goulette: porto di Tunisi e cittadina balneare.

Così, in una curiosa inversione di ruoli tra centro e sobborghi, la Goulette è oggi la prima di una serie di cittadine costiere che praticamente senza soluzione di continuità, ma mantenendo una propria forte identità, prolungano la città sula mare, facendo di Cartagine (sulla costa poco più a nord della Goulette), con i suoi resti punici assediati da bianche ville lussureggianti, un esclusivo sobborgo residenziale.

A cominciare dall’antichità, l’ecumene, attraversò una serie di momenti di “visione globale” che comportavano interrelazioni sempre più complesse tra le civiltà dell’emisfero. Si andò quindi formando una regione continua… intercomunicante, che univa le popolazioni stanziali e urbanizzate della costa del Mediterraneo, il Medio Oriente, l’India e la Cina in un singolo campo di interazione e mutamento storico… L’Islam si era affacciato sulla scena mondiale nel VII secolo in concomitanza con la massiccia fuoriuscita dal deserto dell’Arabia di pastori di lingua araba, sotto la guida del profeta Maometto… Di fatto, il periodo storico che va dal 1000 al 1500, quello che chiameremo il Periodo di Mezzo islamico, vide una continua e notevole espansione dell’Islam, non semplicemente come fede religiosa ma come modello coerente e universalista di civilizzazione… imponendosi come sistema soddisfacente e coerente per spiegare il cosmo e per organizzare la vita collettiva di un numero sempre crescente di popolazioni, stanziali e nomadi, urbane e rurali, in tutta la zona intercomunicante…


Per difficoltà nell’ottenere il visto, a malincuore sorvoliamo Algeri, ed atterriamo a Tangeri: la città dove la costa mediterranea scivola improvvisamente nell’Atlantico. La città da cui nel 1325 Ibn Battuta partì per l’interminabile viaggio che lo portò ad esplorare paesi lontani come l’India e la Cina.

Costruita sui ripidi pendii di una collina acciambellata sullo stretto di Gibilterra, già abitata dai Fenici e dai Romani, all’epoca di Ibn Battuta (l’inizio del XIV secolo) Tangeri era una città cosmopolita ed una frontiera in movimento: non solo perché dopo cinquecento anni di potere musulmano la reconquista cristiana dell’Andalusia comportava una continua tensione tra i vari stati (arabi e cristiani) per il controllo di un nodo commercialmente strategico come lo stretto, ma anche perché proprio in quegli anni i navigatori genovesi e veneziani cominciavano a far vela a nord-ovest dello stretto. Cominciavano cioè ad invadere le acque dell’Atlantico per portare merci verso l’Inghilterra e le Fiandre, e per esplorare, scendendo a sud lungo la costa marocchina, i porti atlantici (e magari intercettare l’oro proveniente dall’Africa occidentale prima che raggiungesse i mercati mediterranei). Il che significava che la frontiera tra oceano e mare stava cadendo, lasciando il posto a quel collegamento (con l’America) che verso la fine del medioevo avrebbe completamente mutato le dinamiche economiche, commerciali e sociali dell’Europa e del Mediterraneo.

In tempi più vicini a noi, la città ha vissuto intorno agli anni trenta un nuovo momento di grandezza: una età dell’oro dovuta questa volta ad un regime fiscale eccezionale che attirò qui, ancora una volta, commercianti, avventurieri e trafficanti d’ogni genere, ma anche famosi poeti, artisti e scrittori. Nel ’55, la rivolta nazionalista segnò la fine della ricchezza economica ma non della capacità d’attrazione della città che, nella sua nuova veste decadente, sedusse personaggi quali Burroughs (che qui scrive Interzone), Barthes, Pasolini, Beckett, Genet e Francis Bacon.

 

Tangeri

La forma di questa città è tutta raccolta nel suo bellissimo Caffè Hafa: una serie di terrazze che scivolano vertiginosamente verso il mare, dove, come sempre, si può soltanto bere tè o caffè e fumare, qui però stando sdraiati a guardare il mare, in bilico tra l’universo chiuso e raccolto del Mediterraneo e quello aperto e disperso dell’oceano. E proprio questa è senza dubbio la ragione del fascino di questa città, questa sua instabilità dovuta non solo al suo paesaggio ma piuttosto al suo essere insieme un porto di mare e un luogo di confine. Oggi, un confine dove due sponde del mondo sempre più lontane vengono a contatto: la Spagna infatti è a un passo, al di là del mare, e la Spagna è anche la Francia, l’Europa, l’Occidente. Così, per la strada, nelle insegne e al bar, in libreria e alla televisione, lo spagnolo, l’arabo e il francese si mescolano continuamente. In un reciproco gioco d’attrazione e di interessi. Qui infatti, siamo ad un tempo nel dar al-Islam e nel regno del kif, la marijuana, di cui il Marocco (ed in particolare la regione collinosa che va da Tangeri all’Algeria) è il maggior produttore al mondo e il primo esportatore verso la vicina Europa. Alle nostre spalle invece, a sud di questa sponda sud, al di là del Sahara, c’è l’Africa nera che preme e che vede non solo nel traffico del porto di Tangeri ma anche nelle vicine enclavi spagnole di Ceuta e Melilla, delle possibili porte verso un mondo diverso. Enclavi protette, oltre che dalla polizia, da chilometri di recinzione e da sistemi di vigilanza a infrarossi sensibili ai movimenti in prossimità del muro.

Alla pressione crescente di un sud assetato in cerca di asilo, l’Europa risponde innalzando barricate sempre più alte e facendo pressione sul Marocco perché blocchi l’emigrazione nel proprio territorio e cioè con la propria polizia e i propri metodi.

Ma qui di polizia non ne vediamo per niente e la nostra impressione è che Tangeri, sotto molti aspetti, continui ad essere un porto franco: decadente, ma brulicante di scambi e mescolanze.

 

Un esame attento delle correnti di viaggio e di migrazione nei secoli post-abassidi rivela una dispersione poco eclatante ma persistente di studiosi di legge, teologi, mistici sufi, letterati, scribi, architetti e artigiani che, muovendo dai più antichi centri dell’Islam, si recavano in queste nuove frontiere di attività commerciale e militare musulmane. Nel contempo, gli appartenenti a quest’élite culturale che vivevano e viaggiavano nelle regioni più lontane mantenevano sempre stretti legami con le grandi città dei territori islamici originari, creando quindi non solo una disseminazione nell’emisfero di musulmani colti e capaci ma anche una rete integrata, continuamente alimentata e sempre crescente di comunicazione culturale…


Proseguiamo lungo la costa che lasciato il Mediterraneo si affaccia sull’Atlantico, sino a raggiungere Casablanca che, distesa sul mare e caratterizzata da un bianco luminoso, più che Tangeri, ci ricorda Alessandria. Anche se qui tutto è molto più grande: più grandi le strade, i palazzi, il traffico, l’enorme moschea sospesa sul mare,
8 il numero dei mendicanti e lo sfarzo decadente dell’hotel Transatlantique.

La città, da covo di pirati distrutto nel XV secolo dagli esasperati portoghesi, fiorì improvvisamente intorno alla metà del XIX secolo diventando la base commerciale del protettorato francese in Marocco. Passò così dai primi del 900 ad oggi da 20.000 a quattro milioni di abitanti, una cifra in continuo aumento per la forte immigrazione rurale (per quello che rimane uno dei più grandi porti dell’Africa).

Oggi infatti, anche qui come a Tangeri e nel resto della costa nordafricana, il fenomeno territoriale più critico e significante è quello che riguarda enormi movimenti di uomini: migrazioni di milioni di profughi, in cammino per scappare dal deserto, dalla sete e da una situazione di povertà crescente sempre più drammaticamente contrapposta al benessere dei paesi al di là del mare. Basti pensare che (secondo i dati della Banca Mondiale) se nel 1960 il prodotto nazionale lordo dei 20 paesi più ricchi del mondo era 18 volte quello dei 20 paesi più poveri, questa proporzione è arrivata oggi a 52 volte, attribuendo al processo di globalizzazione economica una spaventosa forma piramidale, ovvero una impressionante tendenza alla concentrazione della ricchezza. Con il risultato di un numero di migranti quasi triplicato negli ultimi trent’anni, sino agli attuali 200 milioni di profughi: l’esodo più massiccio della storia della Terra.9

E poiché, in uno dei paradossi della globalizzazione, la libertà di circolazione riguarda le merci e i capitali ma non la forza lavoro, agli uomini non resta che migrare clandestinamente. Così che, se nelle regioni interne del Marocco è difficile trovare qualcuno che non abbia un amico o un parente scomparso tentando di passare lo stretto o il deserto libico, d’altra parte, proprio l’emigrazione clandestina è diventata determinante per l’economia del paese che nel 2005 ha ricevuto dalle rimesse dei “marocchini residenti all’estero” (circa due milioni di persone) ben quattro miliardi di euro. Questa prima ondata di migrazione marocchina però è già in esaurimento, sorpassata da una nuova (più vasta) ondata di migrazione subsahariana, per la quale il Marocco è soprattutto una terra di transito. E, anche qui, la preoccupazione maggiore è adesso quella di blindare le frontiere, “difendendo” la propria casa e il rapporto con l’Europa, perché dei “neri” non ci si può fidare, mormorano a Casablanca. A sud, come a nord, l’idea che i migranti non rappresentino soltanto un problema ma siano anche una risorsa stenta a farsi strada.

In un certo senso [Ibn Battuta] si inserì, talvolta simultaneamente, in quattro diverse correnti di viaggi e migrazioni… In tutte queste vesti di viaggiatore, tuttavia, egli si considerava non un cittadino di un paese chiamato Marocco, bensì del dar al-Islam…


Ma se la questione dei confini e delle frontiere è certamente centrale nella vita di questi paesi, per noi, giunti ormai alla fine di questa migrazione trasversale da una punta all’altra della civiltà urbana nordafricana, la scoperta più sorprendente è stata proprio quella dell’esistenza di una continuità culturale così forte da rendere in un certo senso secondaria l’esistenza di stati nazionali distinti.

Una continuità, certamente accentuata dal ramadan, ma profondamente radicata proprio nella similarità della struttura urbana della città antica, una similarità più forte delle differenze topografiche e di tutte quelle differenze che rendono ogni città unica e irripetibile. Che cosa caratterizza dunque questa struttura urbana?

Innanzitutto, la sua permanenza, ovvero la sua resistenza alla storia come fattore di trasformazione. Infatti, a differenza delle nostre città cresciute attraverso un’espansione che metteva continuamente in discussione la città esistente, cambiandone i segni e le direzioni,10 la città araba resta nel tempo sostanzialmente uguale a se stessa.11 Impenetrabile e immutabile, non cambia neanche con la presenza dei colonizzatori che alla medina giustappongono una città nuova del tutto autonoma (e in molte cose esattamente “inversa”) rispetto alla vecchia.

Il valore della permanenza e della ripetizione contro l’affermazione della singolarità è evidente già a partire dal nome, che ripete, ricorsivamente, il nome dalla città del profeta, Medina, la città che accolse la prima predicazione di Maometto osteggiata alla Mecca, la città dove egli costruì la prima moschea e per la quale scrisse la prima legislazione. In quanto ala forma della città essa è costituita da alcuni elementi di base: un muro di cinta con porte, una moschea principale, posta in genere nell’isolato centrale, alcune strade principali che vanno dalle porte verso la moschea, ed una casbah ossia un fortino sede del potere politico, con proprie mura difensive ma collegato alla medina tramite una porta. Questo elenco però, che facciamo per ragioni analitiche di studio e di racconto, non è quello che in realtà sperimentiamo camminando per la città poiché, al contrario, ciò che più caratterizza questa forma urbana è proprio la continuità del tessuto costruito: un tessuto in cui (anche in questo caso) non esistono o non prevalgono singolarità ma soltanto sistemi aggregati (materialmente addossati l’uno all’altro come i suq sui muri della moschea), che contengono al proprio interno degli spazi aperti (corti) ma che (tranne i suq) non si aprono mai verso l’esterno.

 

Banchi1

In questo tessuto, cioè, oltre a non esistere edifici isolati, non esistono piazze né facciate monumentali: le strade sono spazi di risulta, percorsi di collegamento privi di punti di dilatazione su cui si possa creare una scena monumentale. La stessa moschea principale, chiusa e circondata dai suq, raramente è riconoscibile dall’esterno se non alzando lo sguardo verso i minareti, spesso collocati all’angolo di due strade proprio per permettere alla loro verticalità di funzionare come un segnale (anche la facciata orientale colonnata della moschea di Tunisi non è che una addizione del XVIII secolo). Da questo punto di vista, la caratteristica principale del luogo più importante della città è proprio la sua non-monumentalità: una caratteristica che è comune anche agli altri edifici pubblici come madrase (le scuole coraniche) e hammam (i bagni turchi), nonché alle abitazioni più importanti. Moschee enormi si aprono su stradine minuscole (è per esempio il caso di Fès), con accessi che sembrano passaggi anonimi ma al di là dei quali si intravedono pavimenti ricoperti di stuoie e tappeti e vaste sale ad archi e colonne, al di là delle quali si aprono cortili.

In questa città senza piazze, senza facciate e senza monumenti, gli edifici sembrano aver senso soltanto dentro la dimensione collettiva della continuità urbana, e la stessa idea di spazio pubblico è profondamente differente da quella occidentale. Lo spazio collettivo infatti, non è un luogo aperto o una scena su cui mostrare un sistema di gerarchie e valori ma è, piuttosto, la moschea stessa: luogo di preghiera ma, anche, luogo di incontro e di relax (per gli uomini) dove, da seduti o da sdraiati, tutti i discorsi sono possibili.

Subito dopo la moschea, in un sistema di centralità binaria (religiosa e commerciale), l’altra faccia dello spazio pubblico sono i suq e i fondachi (o khân, caravanserragli): i primi, i luoghi del commercio organizzato in confraternite e disposti gerarchicamente più o meno vicini alla moschea, a secondo del valore e del genere di attività (dal suq degli orafi sino alle concerie), i secondi, i luoghi del grande commercio internazionale e all’ingrosso, nonché luoghi di ospitalità per i mercanti stranieri. I primi, costituiti da una successione di cellule tutte di eguale dimensione e accostate tra loro così da avere tre pareti cieche ed una aperta sulla strada. I secondi, chiusi intorno ad una corte centrale porticata su cui si aprono i magazzini, sormontata da una galleria di distribuzione per le stanze al primo piano. La ricchezza della città, infatti, si fondava prevalentemente sulle sue attività commerciali e dunque sulla sua capacità di accogliere vaste comunità di “stranieri”, cristiani ed ebrei, mercanti catalani, marsigliesi, genovesi, pisani e veneziani, proprietari di fondachi dove, in base agli accordi stabiliti (e in cambio a volte di aiuto militare alla difesa della città) potevano avere chiese, bagni, uso delle proprie misure e persino una giurisdizione particolare.

Alla spazialità dilatata ma raccolta e protetta della moschea, i suq giustappongono il proprio carattere caotico, movimentato, rumoroso e pieno di odori: odore di cuoio fresco nel suq delle babucce e di cuoio trattato nel suq dei tintori (ridotti ma non scomparsi per l’uso delle tinture sintetiche), l’odore nauseante del suq dei conciatori (memorabile quello di Fès col sistema di vasche piene di escremento di piccioni, di calce e di tinte -henne per il rosso, kajal per il nero, zafferano per il giallo…- in cui le pelli, spogliate del pelo, vengono successivamente immerse, lavate, colorate e poi stese a seccare), ma anche l’odore dolce delle crepes fatte per strada e il profumo dei panifici che sfornano in continuazione focacce e brioche. Inoltre, se la moschea è il luogo del riposo e della preghiera, il suq è il luogo dove, in un inestricabile groviglio di stradine, tutti sono in movimento: uomini trasportano pelli o mazzi di galline legate per le zampe, vecchi cuciono babucce, bambine vendono bottiglie di acqua di rosa, bambini vendono pane e focacce, donne cucinano e vendono pile di crepes, ragazze vendono ceste di paglia e cappelli di lana.

Se il centro (intendendo per centro il sistema moschea-porte-strade principali) è occupato dai luoghi della vita pubblica (moschea, suq, hammam e madrase), la periferia (e cioè gli isolati interni rispetto alla circolazione principale) è residenziale, con le abitazioni raccolte in isolati (cioè in aggregazioni di più abitazioni), circondate da suq (che ne proteggono l’intimità) e accessibili attraverso vicoli secondari e preferibilmente ciechi. La casa infatti, come i luoghi pubblici, è uno spazio fortemente introverso, organizzato su una o più corti, private o condivise a secondo della ricchezza della famiglia, e abbellite e rinfrescate da alberi, fontane e gabbie per uccelli, oltre che dalle decorazioni geometriche dei rivestimenti in piastrelle bianche e nere o colorate (che ancora oggi ripetono gli stessi pattern già usati nelle ville romane). Sui cortili, e sui loro ballatoi porticati, si aprono tutti gli ambienti principali con porte e finestre traforate. Ogni tanto, i piani superiori si aprono anche verso l’esterno (verso la strada) con balconi aggettanti chiusi da fitte grate di legno (mashrabiyya), da cui guardare senza essere guardati. In questo sistema, la casa più importante occupa preferibilmente il centro dell’isolato, accessibile dal fondo chiuso del vicolo: la posizione più distante dallo spazio pubblico, la più intima e sicura, la più lontana dagli sguardi, dai movimenti, dai rumori e dagli odori del suq.

[Damasco] sorge sul luogo in cui Caino uccise il fratello Abele, ed è una città meravigliosamente nobile, gloriosa e bella, ricca di merci d’ogni genere, e ovunque piacevole… con dovizia di cibo, spezie, pietre preziose, seta, perle, zafferano, profumi dell’India, della Tartaria, dell’Egitto, della Siria e di luoghi sul nostro lato del Mediterraneo, e di tutte le cose preziose che il cuore umano può concepire. E’ circondata da giardini e frutteti, è alimentata dentro e fuori da acque, fiumi, ruscelli e fontane, sapientemente distribuite per favorire il benessere degli uomini, ed è incredibilmente popolosa, essendo abitata dalle categorie più diverse di abili e nobili lavoratori, meccanici e mercanti, mentre entro le mura è incredibilmente ornata da bagni, da uccelli che cantano tutto l’anno, e da piaceri, ristori e divertimenti d’ogni genere.”


Proprio come la struttura della città, la tipologia della casa a corte non ha subito alcun mutamento nel tempo ed è (sino all’arrivo dei colonizzatori occidentali) l’unica forma di abitazione esistente: identica per tutte le possibilità economiche ed i ceti sociali e identica sia che si tratti di una casa urbana o di una casa rurale isolata, di una casa in muratura o di una baracca costruita con materiali di risulta. Non si tratta però di un tipo rigido ma, al contrario, di una forma che può nascere e crescere attraverso aggregazioni successive nel tempo: a partire da un primo corpo rettangolare, cui ne viene attaccato perpendicolarmente un secondo e così via al crescere della dimensione della famiglia e della sua disponibilità economica sino alla chiusura del sistema intorno alla corte e alla costruzione di un secondo piano. Con materiali che, al migliorare delle possibilità economiche, possono da temporanei divenire definitivi (mattoni, pietra o cemento). In questo senso, il passaggio dalla baracca o dall’abitazione rurale alla casa urbana sono entrambi fondamentalmente dei processi di
solidificazione della costruzione, che assume i materiali cittadini, l’aspetto stereometrico e intonacato, e culmina con la realizzazione di un tetto a terrazza.

 

Fes

Proprio questo tetto a terrazza, nel tessuto continuo della medina, assume tra l’altro un significato particolare, legato alla divisione tra il mondo degli uomini e quello delle donne e all’istituzione di un sistema di “doppia circolazione”, elemento tipico, anche se oggi poco riconoscibile, di questo sistema spaziale. Se il suq, la strada, e il mondo del commercio che gli ruotava intorno, era infatti riservato esclusivamente agli uomini, per le donne e bambini esisteva una circolazione privata e strettamente legata ai clan: un sistema di passaggi da terrazzo in terrazzo e di veri e propri camminamenti sui tetti, un sistema che a differenza dello spazio della strada, era pensato per includere o escludere, aprendo o chiudendo un passaggio. In questa città senza piazze (al livello stradale), i tetti e i terrazzi fornivano così su un piano sopraelevato, movimentato ma pressoché continuo, una specie di piazza, non pubblica ma nemmeno del tutto privata: un luogo insieme privato e collettivo, di passaggio, di incontro e di aggregazione.

In modo analogo alla crescita progressiva della casa, non secondo un disegno pianificato ma all’interno di un piano tipologico costante che suggeriva una crescita a spirale sino al richiudersi della costruzione intorno ad un vuoto centrale sempre più saturo, così cresceva anche l’intera città, all’interno delle mura, occupando via via tutte le aree libere e i giardini che rimanevano in zone sempre più periferiche, in una progressiva saturazione di spazio. In questa modalità di crescita spontanea, dentro le mura o in nuovi sobborghi fuori le mura, l’unicità del tipo residenziale ha un effetto enorme sulla forma urbana. Infatti, al contrario di quanto si potrebbe pensare, nonostante le forme di auto-costruzione in assenza di pianificazione vengono spesso denominate “informali”, l’esistenza di un’unica tipologia (che assimila a sua volta la casa agli spazi pubblici, anch’essi a corte), continuamente o ricorsivamente ripetuta, rende questo modello di crescita altamente formale e di una regolarità frattale. Generando una complessità in cui tutti gli elementi sono strettamente connessi e dove segno architettonico e disegno urbano emergono insieme, l’uno come il negativo dell’altro. Le strade come spazio di risulta tra una massa costruita che, tanto nel pubblico (moschea, madrasa, hammam, caravanserragli), quanto nel privato, tiene al suo interno (o sul proprio tetto) uno spazio aperto, più o meno pubblico o condiviso.

Certo, le città del sud mediterraneo oggi non sono più soltanto le loro medine ma anzi, ciò che sul territorio urbano è inequivocabilmente iscritto è proprio la storia della contrapposizione tra una cultura locale ed una cultura altra imposta dalla colonizzazione. Colonizzazione portatrice di un’idea di città non semplicemente differente ma profondamente alternativa a quella araba: alla caratteristica di continuità ed uniformità del tessuto costruito, in continua evoluzione attraverso forme non pianificate di crescita progressiva su tipologie uniche e ripetute, e alla residualità dello spazio ‘”pubblico” delle strade ed eventuali piazze, la città dei colonizzatori contrappone la primarietà del piano come disegno di uno spazio pubblico regolare e amorfo, perché svincolato da una specifica forma del costruito e basato piuttosto sull’idea di un semplice tracciato geometrico regolare (la griglia), sul quale gli edifici possono presentarsi (ed “aprirsi”) in tutta la propria singolarità e fantasia formale.

Oggi questa frattura tra città antica e città nuova che caratterizza e accomuna ulteriormente tutte le città che abbiamo attraversato, non può che rimandarci alla frattura stessa che attraversa il mondo globalizzato, dove, nonostante tutto, si continuano a riprodurre in nuove forme, con nuovi soggetti e su una nuova scala, dinamiche antiche di sfruttamento e colonizzazione. Ed, al di là della specificità delle singole città, proprio la ricomposizione di questa frattura (insieme, o forse proprio attraverso, la ricostruzione di uno spazio pubblico continuo, al ripensamento dei sistemi di mobilità e dell’equilibrio tra spazio verde e costruito, tra territorio e città), è certamente una delle questioni più urgenti che occorrerebbe affrontare per immaginare un nuovo sviluppo di queste città.

 

Mare

Ecco perché adesso che siamo di nuovo sull’altra sponda, a riordinare gli appunti e le idee, le cose che abbiamo visto e sentito, e le tracce dei luoghi che abbiamo attraversato, vorremmo già tornare dall’altra parte, e lasciare la costa per spingerci a sud, esplorare il deserto e le sue città, la sua gente e le loro storie. Con uno sguardo che metta insieme presente e passato, forme di vita, di abitazione e di discorso. Perché conoscersi e raccontarsi vuol dire costruire un terreno comune: più ricco, più vasto, più interessante, più vicino all’idea di una Terra riconosciuta come bene comune.

Piantai la tenda su una collinetta nei dintorni, sistemai il tendone davanti, e portai sul retro cavalli e carri, e poi arrivò la mahalla [la carovana]… e vedemmo una vasta città in movimento coi suoi abitanti, con moschee e bazar, il fumo delle cucine che si innalzava nell’aria…” Ibn Battuta

 

Questo testo è tratto dal mio libro “Paesaggi Sensibili. Architetture a sostegno della vita”, duepunti edizioni 2012.

Note

1Questa e le successive citazioni di Ibn Battuta sono tratte da Ross E. Dunn, Glistraordinari viaggi di Ibn Battuta, Garzanti 1993. Dallo stesso libro sono riprese tutte le altre citazioni di questo saggio.

2Oltre ad indebitarla terribilmente con i banchieri inglesi offrendo così all’Inghilterra il pretesto, nel 1882, per assumere il controllo del
paese sino all’estinzione del debito. Dopo anni di rivolte, l’Egitto riconquistò l’indipendenza nel ’52 con una sollevazione popolare seguita dal colpo di stato guidato dal colonnello Gamal Abdel Nasser. Confermato presidente nelle elezioni del ’56, Nasser avviò in quello stesso anno una campagna di espropri e nazionalizzazioni che culminò nell’estromissione di Francia e Gran Bretagna dal controllo del canale di Suez.

3Le imbarcazioni su cui la mummia del faraone veniva trasportata dal Nilo alla piramide, interrate difronte alla grande piramide.

4Da Paolo Rumiz, L’antica rotta delle badanti italiane, in Repubblica, 28 agosto 2005.

5 Il colonnello Mu’ammar Geddafi prende il potere nel ’69 con un colpo di stato in un paese che nel ’51 aveva ottenuto la propria
autonomia a causa alla devastazione in cui i tre ferocissimi decenni di occupazione italiana e poi la guerra lo avevano lasciato,
rendendolo un investimento non redditizio per le potenze vincitrici.

6Bourguiba, eroe dell’indipendenza tunisina ottenuta nel ’56 dopo vent’anni di lotte e tre esili personali, fu un convinto sostenitore di ideali
laici e socialisti che lo portarono ad abolire le scuole coraniche ed i tribunali della legge coranica, ma anche a perseguire violentemente la crescente opposizione islamica.

7Anche nelle loro vicende post coloniali, nonostante le grandi differenze e le specificità, questi paesi dell’Africa del nord, o del
Mediterraneo del sud, sembrano accomunati da una esperienza simile: la presenza di leader forti, capaci di trascinare le folle ma anche
di muovere le opinioni europee (così è stato per Nasser, Geddafi e Bourguiba), decisi a scrollarsi di dosso il colonialismo cercando di
riequilibrare la distribuzione delle risorse ma anche propensi a contrastare l’integralismo attraverso una repressione violenta, che
ha spesso finito per generare forme di opposizione più radicali.

8Voluta e inaugurata dal sovrano Hassan II per il suo sessantesimo compleanno nel 1989, è, dopo la Mecca, il monumento religioso più
grande del mondo (può contenere 25.000 persone e 150.000 nella piazza antistante), con il minareto più alto dell’Islam (200 metri).

9Paradossalmente una delle cause di ulteriore impoverimento dei paesi più poveri sono state in questi anni le politiche economiche ed agricole imposte dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale come condizione stessa dei finanziamenti: fondamentalmente apertura e liberalizzazione del mercato e specializzazione nell’agricoltura attraverso la monocoltura.

10 Penso per esempio a Palermo, con il taglio di via Maqueda che nel ‘600 ribalta l’orientamento mare-monte della città e la cui centralità, i quattro canti determinati dall’incrocio delle due direttrici, viene successivamente ulteriormente ribaltata dalla costruzione, nell’800, di un nuovo asse mare-monte e di un centro-crocevia slittato più in là e così via.

11 Il che non significa che queste città non vissero periodi di contrazione o sviluppo che ne abbiano condizionato la struttura, al contrario una città come Aleppo raddoppia la sua superficie nella seconda metà del Cinquecento, e la storia del Cairo è contrassegnata dalla trasformazione dei traffici internazionali come quella dovuta alla comparsa del caffè e del tabacco nei primi anni del Seicento. Ma questi fenomeni di espansione e di riadattamento non modificano mai sostanzialmente la struttura urbana che resta stabile per secoli. Per approfondimenti vedi: André Raymond, Les éléments de permanence dans les zones de marcés del la ville arabe traditionnelle, in “Le città del Mediterraneo”, a cura di M.Giovannini e D.Colistra, Kappa, 2002
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About paesaggisensibili

Architect and senior fellow of the McLuhan Program in Culture and Technology of Toronto University, I'm a member of the board of directors of the Italian National Institute of Architecture (IN/ARCH) in Rome, where since 2003 I am in charge of the Institute Master Programs. My studies are rooted in the fields of architecture and philosophy of science with a special interest in biology and anthropology. Key words for my research are: Man, Space, Nature, Technique, Webness, Ecology, Relations, Interactions, Resources, Energy, Landscape, Footprint, Past and Future. My goal is to build critical understanding of the present to suggest useful strategies to build the future.

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