Sul rapporto tra città e campagna. La mappa di Zappata Romana.

Pubblicato su Domusweb in italiano e inglese

Quando pensiamo a una città, pensiamo ad un luogo prevalentemente costruito, con qualche isola verde e tante strade per circolare. La pensavano così naturalmente anche i padri di quella Carta di Atene che immaginavano la città come un luogo per “abitare, lavorare, ricrearsi e circolare”. E così nel corso del 900 la città, industriale prima e postindustriale poi, è divenuta un organismo che, dal punto di vista dei suoi bisogni fondamentali (cibo per il nutrimento degli uomini ed energia per il nutrimento degli edifici e delle macchine) va quotidianamente alimentato dall’esterno, per poi far pulizia riportando all’esterno i prodotti di scarto (in discarica, in fogna e nell’atmosfera). Dalla scala urbana a quella dell’edificio e dell’alloggio, ogni cellula del sistema funziona così: richiede e riceve risorse (che provengono da luoghi distanti, attraverso lunghi processi di elaborazione, stoccaggio e distribuzione), le consuma, le espelle mettendole fuori dalla porta.

Inutile (o forse no) dire che è proprio questo sistema che crea l’ingorgo: l’insostenibilità di un processo a senso unico, nella direzione di una catastrofica entropia crescente.

Ecco perché la questione del cibo (prima e fondamentale forma di energia) deve tornare al centro della riflessione sull’habitat: perché abitare significa innanzitutto, avere un tetto, acqua e cibo. E anche se l’affermazione può sembrare scontata, i dati dimostrano che non lo è se nella sola, ricca, Europa si contano oltre 5 milioni di senza-tetto, mentre la risposta alla domanda di cibo di una città pesa sino al 40% della sua impronta ecologica (per il solo trasporto, imballaggio, deposito e smaltimento di prodotti alimentari). Ecco perché non si può far finta che non sia un problema nostro (degli architetti) ma, ad ogni scala ed in ogni occasione, bisogna tornare a pensare insieme cibo e tetto: suolo costruito e suolo produttivo. Tornare, perché come dimostra per esempio a Roma la famosa mappa del Nolli del 1748, la città conteneva orti sterminati dentro e fuori le mura, rimasti intatti anche oltre le trasformazioni di Roma capitale nel 1870.

Map

Da questo punto di vista il lavoro di ricerca chiamato Zappata Romana, condotto dalla studio UAP (Urban Architecture Project) rappresenta un interessante tentativo di mappatura di un fenomeno emergente, sul territorio romano, di riappropriazione da parte dei cittadini di aree incolte, di risulta o abbandonate dello spazio urbano, trasformate in nuovi suoli verdi, condivisi e produttivi. Giardini o orti, lavorati e gestiti non da singoli coltivatori ma da associazioni o gruppi di cittadini. In questo senso la mappa è tanto più interessante proprio perché non rappresenta un semplice censimento degli orti urbani spontanei (circa 2.500 quelli censiti dal comune) ma guarda piuttosto a quei “cantieri sociali” (circa 50) in cui il rapporto con la terra incrocia i temi dello spazio pubblico, come spazio collettivo e condiviso, dunque della convivenza, dell’integrazione e della sostenibilità sociale ed ambientale. Come raccontano i progettisti, protagonisti di questi cantieri verdi sono infatti “centri anziani, parrocchie, gruppi scout, associazioni sociali e ambientaliste, diversamente abili, giovani, donne e anziani” e in questo senso, la cura dello spazio diventa innanzitutto occasione per far comunità ovvero per tessere nuove relazioni tra gli abitanti.

A San Lorenzo, storico quartiere centrale, tre associazioni hanno strappato un fazzoletto di terreno ai privati per costruire un’area di socialità realizzando un parco giochi, un orto e spazi per la convivialità. Alla Garbatella associazioni e alcune famiglie hanno recuperato un’area in attesa di una trasformazione edilizia, per realizzare degli orti urbani comunitari. Sull’Ardeatina gli orti comunitari sono realizzati e gestiti dai lavorati ex-Eutelia. A Prato Fiorito un parco urbano gestito da una cooperativa sociale promuove attività finalizzate alla prevenzione e rimozione di situazioni di disagio sociale e coltiva una vigna utilizzata per produrre vino e sostenere progetti nei paesi in via di sviluppo. A Centocelle, storica periferia della città, il recupero del parco intorno al Forte Prenestino (sede di un centro sociale occupato) è stata l’occasione di un processo partecipato che ha visto il coinvolgimento di cittadini, del Centro anziani, di associazioni sociali e del CSOA Forte Prenestino per la realizzazione di un orto didattico, di uno spazio spettacoli e spazi gioco e di socializzazione per bambini, teenagers e anziani. A via della Consolata vi è il primo parco a orti urbani realizzato dal Comune di Roma, con casette per il ricovero attrezzi, fontanelle pubbliche e panchine. Coltivatorre è un orto biologico gestito da ragazzi/e disabili e “non”. La Fattorietta è un progetto di una associazione culturale che prevede la coltivazione di un orto biologico e la produzione dell’uva, dell’olio e l’allevamento di diversi animali da fattoria a due passi dalla Città del Vaticano. Il parco di via Orazio Vecchi è gestito dal gruppo degli Scout Nautici “Antares”.

E infine: Anche gli studenti della facoltà di architettura di Valle Giulia stanno realizzando un orto-giardino, dei cui prodotti potranno usufruire coloro che utilizzano la mensa della facoltà.

Ciò che emerge da questo racconto è un bisogno di campagna in città che è insieme desiderio di un nuovo rapporto con la terra e con il cibo, così come insegnatoci in questi anni dalla straordinaria esperienza di Carlo Petrini e di Slow Food e come dimostrato ovunque dal successo del progetto Campagna Amica della Coldiretti con i suoi straordinari farmer’s market, ma anche bisogno di una forma di città dove la densità abitativa si accompagni a squarci di terra libera dall’asfalto e dal cemento, squarci che lascino riaffiorare terra con cui sporcarsi le mani, da poter manipolare, trasformare e coltivare, e dove poter magari vedere insieme l’uovo e le galline, le pecore o altri animali da cortile. Una forma di città dunque più umana perché più vegetale e più animale o meglio ancora più naturale: più vicina cioè al modello sistemico che la natura ci insegna, dove ogni cosa appartiene ad un processo circolare che non produce rifiuti né scarti. Un suolo fertile capace di alimentare la vendita locale di frutta e verdura infatti è anche un suolo in grado di riassorbire acque reflue così come residui organici del ciclo alimentare, concimi molto più sani ed economici degli analoghi chimici di cui ci nutriamo.

In un territorio (quello della provincia di Roma) che negli ultimi vent’anni ha visto ridursi di un quinto le proprie aree agricole, questa azione collettiva esercitata dal basso rappresenta non solo una forma di resistenza ma una sperimentazione dell’alternativa: quella di una appropriazione della città (un renderla propria) non attraverso la conquista di una proprietà privata ma attraverso la cura di un pezzetto di spazio collettivo, produttivo di nuove dinamiche ambientali, economiche e sociali.

 

About paesaggisensibili

Architect and senior fellow of the McLuhan Program in Culture and Technology of Toronto University, I'm a member of the board of directors of the Italian National Institute of Architecture (IN/ARCH) in Rome, where since 2003 I am in charge of the Institute Master Programs. My studies are rooted in the fields of architecture and philosophy of science with a special interest in biology and anthropology. Key words for my research are: Man, Space, Nature, Technique, Webness, Ecology, Relations, Interactions, Resources, Energy, Landscape, Footprint, Past and Future. My goal is to build critical understanding of the present to suggest useful strategies to build the future.

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