L’ultima utopia. Sui modi e i mezzi di produzione dello spazio.

Pubblicato su Arch’it

Il 26 giugno si inaugura all’Accademia Britannica di Roma la mostra Borderlines, prima personale dello studio ma0, a cura di Marina Engel e Gabriele Mastrigli. A partire da questa nuova occasione di presentazione del lavoro del gruppo basato a Roma, il testo che segue racconta la vicenda della consultazione progettuale per Almere Hout che ha coinvolto, oltre a ma0, i giovani olandesi di MUST insieme allo studio Sorkin di New York, Neutelings Riedijk Architecten e MVRDV. Al centro
della riflessione quello che può essere definito come un “urbanesimo organico”: una forma di sviluppo urbano centrata sull’iniziativa degli abitanti all’interno di un sistema di regole condivise e comuni.

Possibile costruire una città piuttosto che a partire dall’iniziativa e dai desideri dei costruttori a partire dalla volontà dei suoi futuri abitanti? Come conciliare un atto individuale (costruire la propria casa) ed una dimensione collettiva (costruire una città) in una nuova forma di urbanesimo che abbia come motore la forza (individuale e collettiva insieme) della gente? Quali regole mettere in campo per dar vita a questa coalizione?

Ma0_almere_lifestyle_matrix

 Sono queste le questioni poste da Adri Duivesteijn, assessore all’urbanistica di Almere, per la nuova fase espansiva della città costruita negli anni settanta come città satellite di Amsterdam, in uno degli ultimi grandi polder pubblici realizzati. Costruita cioè su un terreno completamente artificiale (sottratto al mare attraverso la realizzazione di una diga, drenaggio dell’acqua e riempimento con strati alternati di sabbia e di terra), per rispondere al crescente bisogno abitativo di alloggi a prezzo contenuto con la tipica tipologia suburbana alternativa all’alta densità della città madre: giardinetto individuale, mobilità ciclabile, distanze di 5 minuti da un parco e 200 metri da una fermata di trasporto pubblico. Negli anni novanta la prosperità economica e il successo del modello insediativo generano un nuovo bisogno di centralità ed autonomia dalla città storica, da cui l’affidamento di un nuovo masterplan ad OMA che propone il superamento del primo insediamento a scacchiera condensando tra la stazione centrale ed il lago artificiale una serie di attività commercial-culturali collocate in architetture-evento affidate alle grandi star del contemporaneo: William Alsop, David Chipperfield, Cie, MVRDV, Christian de Portzamparc, Kazuyo Sejima, UN Studio.

Realizzato il nuovo centro, oggi la questione primaria torna ad essere quella di una nuova espansione residenziale (la città avrà ben presto lo stesso numero di abitanti di Amsterdam) unita però a quella dell’identità: identità del tessuto urbano diffuso e cioè del nuovo tessuto abitativo. Per questo Adri Duivesteijn ha coraggiosamente deciso di abbandonare i piani di espansione esistenti, aprendo nella primavera del 2006 una complessa fase di riflessione, attuata attraverso una consultazione tra più studi di architettura ed una successiva discussione pubblica delle loro proposte per quello che ama definire un urbanesimo organico: una forma di sviluppo urbano centrata sull’iniziativa degli abitanti all’interno di un sistema di regole condivise e comuni.

Quattro gli studi invitati ad elaborare una proposta per Almere Hout: i giovani olandesi di MUST insieme allo studio Sorkin di New York, Neutelings Riedijk Architecten, MVRDV e lo studio romano ma0. Molto diversi gli approcci alle possibili soluzioni.

Principio guida del progetto di MUST è l’idea dell’oversize cioè del sovradimensionamento, come strategia per permettere una progressiva trasformazione delle funzioni e del progetto nel tempo. A partire dalla realizzazione, a carico della municipalità, di una enorme duna di sabbia in prossimità dell’autostrada utilizzabile, nel tempo, sia come riserva di materiale costruttivo che come barriera al rumore o area di gioco, nonché come riserva di spazio per una ulteriore urbanizzazione futura. Al procedere della costruzione dei 25.000 lotti, la duna si ridurrà progressivamente e la sua impronta sarà disponibile per nuove infrastrutture, un parco o un nuovo centro. Nel frattempo, la duna funzionerà anche come landmark o elemento di identità della nuova Almere Hout.

Certamente molto immediata ed efficace dal punto di vista comunicativo la proposta di MVRDV: partire dal verde piantando un bosco sull’intera area edificabile, sviluppare un’infrastruttura pubblica lungo un asse centrale di aggregazione di servizi e definire un semplice schema a griglia (per altro utilizzato da tutti e tre gli studi olandesi) di lotti rettangolari di 150 x 200 metri all’interno dei quali esplorare ogni possibile combinazione di rapporto tra verde e costruito. Case sparse in mezzo agli alberi, case su canali, case disposte intorno ad una corte-piazza o intorno ad un lago, case concentrate in un unico edificio alto… e così via, sino ad esaurimento delle possibilità formali implicite nella combinazione tra la maglia di rettangoli verdi ed un costruito a densità infinitamente variabile. All’interno di una struttura urbana quasi inesistente o ridotta ai minimi termini di un asse di servizi ed una scacchiera indifferenziata, il lotto è l’unità d’aggregazione tipologica, ciò che definisce la regola formale secondo cui, al futuro abitante, è possibile costruire (lungo il margine, al centro, in circolo, a griglia, random e così via), in un processo che non è né interamente prevedibile né formalmente predeterminato.

Sul meccanismo più che sulla forma si concentra pragmaticamente Neutelings che ribadendo anche lui la struttura a scacchiera e rafforzandone la struttura ad assi ortogonali, propone l’istituzione di una banca dei lotti, acquistabili da privati o gruppi di privati, con un diritto ed obbligo di costruire, e, parallelamente, di una banca dei progetti, tutti già approvati, conformi alle norme e con permesso di costruire. I progetti, archiviati e visibili su internet, sarebbero immediatamente scaricabili e costruibili! La predeterminazione dei progetti permetterebbe infatti di stabilire un piano di sviluppo progressivo attuabile in una ventina d’anni di cui la collettività conoscerebbe sin da principio la forma finale, a saturazione avvenuta del costruibile, ma di cui la gente potrebbe determinare l’attuazione nel tempo.

La ricerca dell’equilibrio tra il controllo complessivo della forma finale della nuova città e l’allentarsi delle regole a favore di un alto grado di libertà nella produzione dello spazio individuale è l’obiettivo del progetto di ma0, studio che, per altro, dalla scala dell’oggetto o dell’installazione a quella dell’architettura e della città, ha posto da tempo questa domanda (come superare quella alienazione dello spazio che nasce dal suo essere concepito e realizzato da altri rispetto a chi lo abita?) al centro della propria ricerca.

Come restituire dunque agli abitanti i mezzi di produzione del proprio spazio, senza finire nel caos anarchico della bidonville ma avendo anzi per obiettivo la costruzione stessa della polis ovvero di un luogo che sia più della somma dei luoghi individuali, un luogo cioè per la vita pubblica, comunitaria, sociale? E la domanda non è ideologica ma piuttosto immediatamente pratica dal momento che proprio l’identità, auspicata come fattore trainante della nascente realtà urbana (trainante per il successo sociale ed economico dell’iniziativa), si basa su un processo di similarità e differenza o separazione e relazione tra individuale e collettivo. Sviluppando questo ragionamento ma0 vede nella prossimità l’elemento chiave, a livello spaziale, per la costruzione di una identità collettiva. Prossimità significa infatti continuità (contro la frammentazione e la discontinuità dei suburbia) ovvero possibilità di relazione, di incontro, di confronto, possibilità di condivisione di un terreno comune: lo spazio pubblico, come terreno (suolo o radice) di relazioni umane.

Per questo il primo strumento della strategia progettuale proposta è una rete continua di spazi verdi dedicati a molteplici attività (tempo libero, piste ciclabili, attività sportive…) in grado di ritagliare, nella vasta estensione dell’area (una superficie uguale a quella di Manhattan, al centro di Parigi o di Roma), delle isole edificabili in cui la densità abitativa non venga dispersa ma raccolta e interconnessa dal terreno comune del parco (non uscendo mai dal quale, è possibile attraversare l’intera città).

A questa impronta verde, che delinea, attraverso lo spazio pubblico di interconnessione il sistema ad arcipelago delle aree edificabili, si accosta una seconda regola del gioco: una densità crescente spostandosi dal canale verso le infrastrutture principali (la linea ferroviaria e l’autostrada) cui far ulteriormente corrispondere una pressoché totale libertà tipologica (nel caso dell’alta densità) che stimoli la nascita di una nuova centrale-commerciale, una tipologia a blocchi, con corti più o meno aperte al pubblico (per la media densità), delle case in linea, variamente articolabili con piccole piazze o strade pedonali (per la bassa densità), e un sistema di case isolate (per la bassissima densità). Ancora, per stimolare l’aggregazione di microcomunità di abitanti con ‘stili di vita’ (o gusti) assimilabili, alle regole tipologiche potrebbe accostarsi una matrice stilistica per differenziare un’area a prevalenza di case in acciaio e vetro piuttosto che di tipici mattoni rossi e vasi fioriti alle finestre. Data questa griglia di regole, ovvero anche di possibilità, i futuri abitanti potrebbero scegliere l’isola più adatta alle loro esigenze e ai loro gusti nella quale abitare ovvero, nella quale costruire la propria casa: interpretando liberamente le regole di quello specifico playground.

A ben guardare dunque l’interesse della proposta di ma0 non è soltanto quello di suggerire un meccanismo per rendere protagonisti gli abitanti nella costruzione del nuovo spazio urbano ma forse è anche e soprattutto il non rinunciare ad una utopia ancora più complessa che ha a che fare con la ricerca degli strumenti propri dell’architettura per incidere sui modi d’uso dello spazio così che la libertà individuale vada insieme ad una visione collettiva. Perché a questa visione è impossibile rinunciare se ciò a cui si mira è una città e non semplicemente una somma di lotti e di edifici.

Questo equilibrio, tra visione complessiva e azione individuale è l’utopia di un progetto urbano liberato. L’utopia di un progetto sottratto al decisionismo di costruttori e developer (nella maggior parte delle città del mondo proprietari dei terreni e della disponibilità monetaria per condurre gli investimenti e, conseguentemente, del diritto di decidere sul futuro del territorio) a favore di qualcosa insieme di più grande e di più piccolo: un piano (e cioè un progetto di trasformazione territoriale) pensato come uno spartito che indichi delle linee guida per dei brani di improvvisazione.

La questione è certamente innanzitutto politica e sul piano politico, più che dei progetti, è tutt’ora in corso lo scontro ad Almere, dove al simposio di presentazione dei progetti la scorsa primavera qualcuno chiedeva: ma è di neocapitalismo o di neosocialismo che stiamo parlando?

Dalla looseness degli Smithson, ai lampioni con interruttori dei situazionisti, sino alla New Babylon di Constant e alla No-stop city degli Archizoom, il principio dell’allentamento del controllo va inevitabilmente incontro a quello della città supermercato, della totale disponibilità della merce al mercato. Eppure, poiché la merce in gioco è lo spazio, ovvero quel bene primario sulla cui disponibilità si basa la qualità stessa della nostra esistenza (quella possibilità di ek-sistere, e cioè di esistere al di fuori da ogni ambiente-mondo predeterminato da specializzazioni istintuali, che ci distingue da tutti gli altri animali), restituire agli abitanti il controllo del proprio spazio, non al di fuori di ogni regola ma al contrario dentro ad una visione complessiva realmente condivisa e capace di garantire una identità allo spazio collettivo, appare, oggi più che mai, come un’utopia per cui combattere.

About paesaggisensibili

Architect and senior fellow of the McLuhan Program in Culture and Technology of Toronto University, I'm a member of the board of directors of the Italian National Institute of Architecture (IN/ARCH) in Rome, where since 2003 I am in charge of the Institute Master Programs. My studies are rooted in the fields of architecture and philosophy of science with a special interest in biology and anthropology. Key words for my research are: Man, Space, Nature, Technique, Webness, Ecology, Relations, Interactions, Resources, Energy, Landscape, Footprint, Past and Future. My goal is to build critical understanding of the present to suggest useful strategies to build the future.

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