Moscow Diary

La prima cosa che mi colpisce, mentre navigo con l’iPhone sul wi-fi aperto dell’aeroexpress che collega l’aeroporto con la stazione Belorusskaja, è il groviglio di cavi volanti che collega tra loro edifici di sette, otto, forse anche dieci piani, sulla cima dei quali i cavi elettrici disegnano una ragnatela lineare che si distende sui tetti, compie lunghi balzi in quota sorvolando i vuoti tra gli edifici, per poi precipitare quasi al suolo e andare altrove.

La prima cosa che mi colpisce, mentre navigo con l’iPhone sul wi-fi aperto dell’aeroexpress che collega l’aeroporto con la stazione Belorusskaja, è il groviglio di cavi volanti che collega tra loro edifici di sette, otto, forse anche dieci piani, sulla cima dei quali i cavi elettrici disegnano una ragnatela lineare che si distende sui tetti, compie lunghi balzi in quota sorvolando i vuoti tra gli edifici, per poi precipitare quasi al suolo e andare altrove.

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All’uscita della stazione mi è subito evidente però che un’altra forma di ragnatela, ben più consistente, avvolge la città: uno stuolo di macchine, SUV, lucidi e neri, ed utilitarie con parecchi strati di polvere, si muovono faticosamente su strade anche a sei corsie, che non prevedono attraversamento pedonale se non per sottopassaggi, forse più caldi e confortevoli del piano strada d’inverno ma certamente poco pratici per mamme col passeggino o altri mezzi su rotelle. Mi chiedo se in questi anni di trasformazione la città abbia avviato una riflessione sullo spazio pubblico, sul rapporto tra mobilità pubblica e privata, sui principi della continuità e priorità pedonale, ma mentre mi faccio queste domande mi accorgo che con la macchina stiamo attraversando il cuore della città storica, sfiorando il Cremlino e la Piazza Rossa, senza che l’ingorgo di automobili accenni a diminuire o subire deviazioni. Scopro come proprio in questi giorni Putin abbia deciso di abbandonare l’insostenibile traffico della città (il peggiore al mondo secondo studi recenti), per spostarsi ogni giorno dalla sua residenza fuori Mosca al Cremlino in elicottero.

Intorno a noi imponenti edifici ricoperti da una patina di smog, in gran parte blocchi abitativi monumentali voluti dal piano di trasformazione con cui Stalin nel ’35 rimodellò il centro storico della città (facendo radere al suolo chiese ed edifici in legno per allargare le strade principali), disegnano il volto della Tverskaja, forse la più importante arteria radiale della città, asse tra il Cremlino e San Pietroburgo. Un nastro continuo di vetrine luccicanti dei più famosi marchi internazionali, ed una abbondanza di caffè e fastfood, sono i segni evidenti della nuova continuità con l’occidente. Anastasia, studentessa ventenne conosciuta in università, incontrandoci in piazza Puskin per accompagnarci a fare un giro, ci dirà di come per lei questo luogo si identifichi col racconto di sua madre, di una fila lunga quanto l’intera piazza il giorno dell’apertura qui del primo McDonald’s della città.

Il nostro albergo si chiama Ermitage, e scopro che essendo uno dei pochi hotel ad un prezzo abbordabile è piuttosto conosciuto, poiché a Mosca il prezzo medio di una camera supera i 250 euro a notte. Probabilmente, la riorganizzazione del sistema degli alloggi richiede tempi più lunghi della fioritura di attività commerciali di lusso o di larghissimo consumo. In epoca sovietica infatti gli appartamenti venivano “attribuiti” alle famiglie dando un tot di mq a persona. Bulgakov ne Il maestro e Margherita racconta dell’appartamento che, nei primi anni venti, condivideva con altre 38 persone, con una camera per famiglia e bagno e cucina in comune, situazione naturalmente poi migliorata ma non radicalmente cambiata. Quando negli anni Novanta il governo decise di “privatizzare” gli appartamenti, gli interessi di investitori russi e stranieri fecero lievitare i prezzi delle case fino a farli diventare tra i più alti al mondo, determinando una nuova crisi abitativa.

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Usciamo dall’albergo alla ricerca di un ristorante per la cena e ci incamminiamo sull’affascinante bul’var Čistoprudnyj. Il viale, dominato da un doppio filare di grandi alberi ed aiuole di tulipani colorati, è pieno di gente a spasso: è fine maggio ed è arrivata improvvisamente l’estate con temperature di oltre 30 gradi. Camminiamo immerse in una atmosfera di festa, misurando nello scorrere del tempo la bellezza di questa passeggiata che abbraccia il cuore della città. Mosca infatti ha una forma circolare cresciuta per anelli concentrici intorno al Cremlino, fortezza del XII secolo costruita sulle acque della Moscova, sede degli zar, poi delle istituzioni comuniste ed oggi della Federazione Russa. L’urbanizzazione a struttura radiale venne confermata nel tempo dalla costruzione di varie cinte a protezione del Grande Borgo, il Kitaj Gorod, dove risiedevano i ricchi mercanti, e poi dei quartieri artigiani. Nell’Ottocento i vecchi bastioni vennero demoliti lasciando il posto ad una cinta di giardini ed un primo “raccordo anulare”, cui negli anni seguirono altri anelli, circonvallazioni e nuovi confini della città.

Percorrendo il viale arriviamo ad un laghetto sul quale si sporge un pontile in legno coperto da una tenda bianca simile a quella di un circo o di un accampamento. È il Cafè Shater, ristorante che propone un mix affascinante di cucina europea ed orientale…

La ragione della mia visita è una conferenza sui temi della sostenibilità e della tecnologia all’Università di Architettura di Mosca. Prima della conferenza cerco di capire il peso che questi temi hanno nel programma di studi dell’istituto ma l’impostazione della didattica qui è rivolta al disegno a mano libera, a pittura e scultura: il problema della forma dell’oggetto architettonico o del progetto urbano non si sporca le mani con questioni quali l’impronta ecologica dell’abitare, l’uso efficiente delle risorse e di energia rinnovabile, la gestione sostenibile della mobilità e dei rifiuti.

Eppure in questa città, che come e più di Berlino è stata segnata da radicali fratture politiche, sociali ed economiche, e che oggi si trova ad affrontare anche il peso di cambiamenti climatici evidenti, con temperature estive sempre più elevate ed incendi arrivati a devastare uno dei maggiori granai del mondo, oltre a lambire pericolosamente centrali nucleari e la stessa città, il tema della trasformazione urbana e del rapporto tra territorio, economia ed ecologia, dovrebbe essere all’ordine del giorno.

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Scopro invece, osservando lo skyline della città profondamente segnato dalla presenza del nuovo centro direzionale Moscow City, che il più grande cantiere d’Europa è stato avviato prima ancora di riuscire a definire un nuovo piano strategico per lo sviluppo della città, varato soltanto nel 2010 e frutto più di un processo di negoziazione tra potentissimi promotori che non di una nuova fase di pianificazione partecipata e condivisa. Il peso degli interessi economici per altro, sembra star agendo anche più profondamente nel cuore della città se, secondo le associazioni di tutela del patrimonio storico, più di 1.400 opere sono già state distrutte dai primi anni novanta, ed il nuovo piano prevede la distruzione di altri 5milioni di metri quadri, da sostituire con edifici con il 40 percento di cubatura in più, nei prossimi 15 anni. Non si salvano nemmeno i capolavori costruttivisti e la nostra ricerca di casa Melnikov si conclude constatando il pericoloso stato di abbandono dell’abitazione assediata dalle nuove costruzioni che stanno riconfigurando anche il volto dell’Arbat, il quartiere che nell’ottocento fu di scrittori e artisti, e la cui strada principale è diventata una inquietante successione di negozi di souvenir.

Un’ultima passeggiata al di là della Moscova mi porta alla scoperta di una realtà interessante: la Strelka, un nuovo istituto di formazione avanzata per giovani architetti interessati ad approfondire il dibattito sulla città, sul rapporto tra trasformazioni fisiche e sociali. La scuola, nata recuperando un capannone industriale, è organizzata intorno ad un ampio cortile-anfiteatro aperto sulla strada, con un bar ed un ristorante, aperti a tutti e affacciati sul fiume come catalizzatori di socialità. Qui finalmente si respira una voglia di dialogo sul presente e il futuro.

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Mosca è e sarà uno dei grandi cantieri urbani dei prossimi decenni, oltre che uno dei baricentri delle politiche internazionali, crocevia di rapporti tra oriente e occidente, sorgente di risorse importanti come cereali, gas e petrolio. Per questo, cittadini, amministratori e tecnici avranno una grande responsabilità nel rilanciare un dibattito sulla città che adesso sembra avere uno spazio residuale.

Non a tutti è possibile sorvolare il traffico in elicottero, o andarsene in vacanza quando la città sparisce in una nuvola di fumo. Occorrono idee, proposte e strategie da mettere in campo.

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About paesaggisensibili

Architect and senior fellow of the McLuhan Program in Culture and Technology of Toronto University, I'm a member of the board of directors of the Italian National Institute of Architecture (IN/ARCH) in Rome, where since 2003 I am in charge of the Institute Master Programs. My studies are rooted in the fields of architecture and philosophy of science with a special interest in biology and anthropology. Key words for my research are: Man, Space, Nature, Technique, Webness, Ecology, Relations, Interactions, Resources, Energy, Landscape, Footprint, Past and Future. My goal is to build critical understanding of the present to suggest useful strategies to build the future.

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