Abitare il tempo dei social network

Questo testo, presentato al convegno Inquietudini della modernità, a cura di Mario Pissacroia, Firenze 13-16 dicembre 2012, è pubblicato negli atti multimediali del convegno http://www.unifi.it/inqmod/index.html

Tra uomo e mondo

Questo testo racconta una esperienza realizzata in occasione del Padiglione Italia alla 13.Biennale di Architettura di Venezia. Ma anche e più in generale riflette sul rapporto tra corpi, spazi (reali e virtuali) e tecnica. Sul fatto cioè che, a differenza di tutti gli altri animali, sembriamo non poter fare a meno di reinventare continuamente il nostro modo di stare al mondo. Una inquietudine antica che rende il nostro abitare incredibilmente ricco ma anche straordinariamente problematico.

Basta girare lo sguardo intorno per capire, per esempio, che rispetto a qualche anno fa una nuova rivoluzione è in atto: ce ne andiamo in giro con strumenti di connettività allargata, ormai parenti molto lontani dei telefoni e dei computer che li hanno preceduti, dotati, tra le altre cose, di supporti semplici e quanto mai intuitivi per nuove forme di socialità, ovvero, di interazione col mondo e con i nostri simili, attraverso lo spazio della rete.

Uno smarthphone connesso alla rete è infatti una protesi per accedere ad un Io esteso e geolocalizzato, capace di catturare ed elaborare la realtà che lo circonda (immagini, video e suoni), nonché di rilanciare le proprie percezioni sulla rete attraverso un semplice aggiornamento di stato: postando ogni forma di dato-contenuto-evento sul proprio social network.

In questo nuovo mondo, smarthphone e rete, inscindibili l’uno dall’altro, non sono altro da noi, ma sono parte del nostro modo di stare, di abitare, di dislocarci nello spazio (dislocarci nel senso di allungarci, distenderci, metterci comodi insomma come quando la sera ci stendiamo su un divano cercando di occuparne al meglio tutto lo spazio).

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Sulla tecnica, i luoghi e le cose

Prima di raccontare dell’esperienza di GranTouristas, comunità virtuale nata per parlare di una nuova stagione del Made in Italy, fermiamoci a ragionare ancora sulla specificità del nostro spazio-tempo. Perché, per andare più a fondo nella realtà che ci circonda, abbiamo bisogno di prospettiva.

Cerchiamola dunque in due direzioni: verso l’esterno e il futuro, e verso l’interno, nel passato remoto della nostra storia, guardando all’indietro verso l’origine della nostra specie. Difficile dire se sia davvero il futuro ma poiché tutta la storia dell’uomo può essere narrata come una progressiva emancipazione dalle nostre radici fisiche e biologiche, per riflettere su chi siamo e dove stiamo andando, può essere utile guardare la nostra immagine rappresentata nella placca dorata del Pioneer 10, primo oggetto umano mandato ad esplorare le zone più esterne del sistema solare (a lei si devono le prime fotografie in primo piano di Giove) e successivamente divenuto la nostra prima orma fuori dal sistema solare, lanciato incontro a possibili forme di vita extraterrestre.

Guardando dall’altra parte del cannocchiale, verso l’interno o più precisamente verso il nostro passato, troviamo le radici di questo stare al mondo cercando di andare continuamente oltre il mondo. Le orme di un essere divenuto bipede, e le sue pietre scheggiate, ci raccontano di una trasformazione partita dai piedi, dalla fisicità di un corpo in cui mutazioni successive (come il bipedismo e i relativi aggiustamenti scheletrici successivi e poi la neotenia, cioè la mutazione dei geni regolatori dei tempi di sviluppo con la determinazione della caratteristica infanzia prolungata ed il mantenimento di caratteri giovanili in età adulta) generarono quel mix di carenze ed opportunità, da cui nell’arco di qualche milione di anni emerge il genere umano. Una emergenza, in cui il fare tecnico non è un fatto secondario, successivo per esempio allo sviluppo della grande dimensione cerebrale, ma sembra piuttosto un fattore trainante la storia della ominazione precedente homo sapiens (poiché caratterizza già homo habilis ed erectus 2,5 milioni di anni fa). Se infatti i caratteri distintivi del sapiens sono la faccia corta, con canini deboli, ed una volta cranica aperta a ventaglio, ad essere cresciuta in modo significativo, come ci racconta Leroi Gourhan,1 è in primo luogo la corteccia senso-motoria e in questa, dallo studio dell’immagine neuromotrice del corpo, è evidente l’enorme prevalenza delle regioni legate al tecnicismo umano: la zona della bocca e della mano.

Perché questa visione prospettica è importante e in che modo è legata alla questione del social network? Lo è perché ci permette di capire chi siamo (da dove veniamo) e di rispondere dunque tanto alla paura del grande ribaltamento quanto all’ideologia dell’autenticità: ovvero, tanto alla paura che la tecnica possa essere sfuggita dalle mani di un uomo che da suo artefice ne è divenuto strumento (Severino), quanto all’idea della presunta perdita di una dimensione originaria e pura di un essere umano prima della tecnica. Perché la tecnica non è mai stata altro dall’uomo, né è mai stata semplice strumento nelle sue mani: come ci racconta la nostra storia evolutiva, la tecnica è piuttosto parte profonda e fondativa di ciò che ci rende umani, della specificità della nostra storia biologica, poiché, almeno a partire da habilis (e certamente ancora prima di lui, attraverso l’elaborazione di strumenti che non si sono conservati perché meno durevoli della pietra ma di più facile elaborazione), è stata elemento caratterizzante della nostra evoluzione.

In questo senso (con una intuizione che dobbiamo a McLuhan) dalla pietra scheggiata alla scrittura, sino alle sonde per l’esplorazione extraterrestre e ai più comuni smarthphone, ciò che è evidente è la continuità, e la accelerazione, di un modo di abitare andando oltre la natura, reinventandola, costruendo continuamente nuovi mondi, altri habitat, nati non per creazione divina o per evoluzione biologica ma per artificio umano.

In questo senso la tecnica non è mai stata semplice strumento nelle mani dell’uomo ma è, da sempre, un modo di abitare: è la forma specifica del rapporto tra uomo e mondo. Per questo, siano essi armi, incisioni, gioielli, ceramiche, strumenti musicali, mappe o calendari celesti, ciò che contraddistingue i luoghi degli ominidi -e che ci permette appunto di individuare e parlare di luoghi– rispetto al semplice accumularsi di tracce ossee nei siti abitati dagli altri animali, è proprio l’esistenza di un mondo di cose, che evidentemente circondano e contraddistinguono la vita dell’essere umano, fin dai tempi più antichi.

Il nostro essere umani parte da qui: dal divenire bipedi e artefici, costruttori di oggetti non trouvé ma altri dalla natura…

Sul social network – tra reale e virtuale

Ma cosa sta avvenendo oggi col web e in particolare con la sua nuova declinazione social? Per capirlo occorre naturalmente entrare nel gioco. Provando ad abitare a cavallo tra reale e virtuale. Non in senso metaforico, ma in modo concreto. Il livello base è quello dell’utilizzo di un profilo Facebook. E, ancor prima, di uno smarthphone, come punto non solo di accesso ma di interazione tra mondo fisico, digitale e rete. Lo smarthphone infatti è una interfaccia multimodale (in cui il trasferimento della voce è soltanto una delle funzioni), oggi soprattutto è strumento di cattura, elaborazione e pubblicazione di contenuti: di ciò che si sta vivendo, facendo, guardando o pensando e che, in tempo reale o differito, può essere postato sui propri social (testo, immagine, video, audio o l’insieme di queste cose).

Il fine può essere il più diverso (comunicare cosa si sta facendo, dove si è, con chi, condividere qualcosa di interessante, raccontare la propria noia, mostrare qualcosa o qualcuno o mostrarsi…) ma, al di là dei contenuti specifici, l’obiettivo di fondo è la condivisione: il salto dalla dimensione privata, ad una condizione collettiva, allargata, di gruppo.

Naturalmente si può anche solamente guardare ed eventualmente commentare, condividere o semplicemente apprezzare un post altrui. In ogni caso, la piattaforma è questo luogo di esposizione, nel senso che funziona proprio come una vetrina ma anche che, come in qualsiasi luogo pubblico, chi posta (chi prende la parola), si espone e riceve, attraverso i like, i commenti e le condivisioni, un feedback al proprio post.

Il passaggio di fondo da capire è quello dal Web statico degli anni novanta, in cui tutti potevano essere produttori di contenuti, ma dove la navigazione non permetteva modifica o commento ma una semplice visualizzazione di contenuti, al Web 2.0 caratterizzato da un sistema di applicazioni che permettono un elevato grado di interazione e di condivisione: i wiki, il cui più importante e utilizzato da milioni di persone è Wikipedia, e poi Flickr, YouTube, Vimeo e ancora i social network come Facebook, Twitter, Instagram e così via.

La svolta è radicale, perché va nel senso di una semplificazione (condividere semplicemente le proprie foto o video è molto più semplice e immediato che costruire un sito web, ed il risultato è la creazione di una incredibile biblioteca visiva ed audiovisiva collettiva) ma anche di una strutturazione del Web come luogo di creazione di contenuti condivisi.

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Da strumento di supporto al calcolo, a strumento di supporto all’intelletto umano e delle sue facoltà creative (Engelbart), da strumento di connettività allargata (grazie alla tecnologia del networking, che permette dalla fine degli anni Sessanta di collegare le macchine tra di loro e poi, grazie alla mediazione delle macchine, di collegare persone e cose, distanti nello spazio o per differenza di specie), a strumento di connettività di gruppo: questa l’ultima mutazione della macchina. Dove il gruppo è una realtà dinamica, aperta, in movimento: è una unità più piccola e raccolta rispetto ai miliardi di utenti della rete, nei confronti dei quali la soggettività non può che scomparire.

Tra i miei contatti infatti, anche se naturalmente non li conosco tutti (e questo fa parte del gioco e delle sue potenzialità), molti hanno un volto e un nome e, se non ce l’hanno, hanno con me qualche forma di affinità (di età, interessi, professione, visione politica). Con loro dialogo e interagisco, pubblicando, commentando, raccontando. E a proposito di racconto, la metafora del diario che usa Facebook è la nuova grande intuizione che ha (quasi) spodestato per genialità quella del desktop (metafora chiave dell’interfaccia grafica: apro il computer e mi ritrovo davanti la mia scrivania, con tutti i suoi documenti, il cestino etc.): ciò che prima era privato, il luogo dei miei appunti, il taccuino di viaggio, l’album delle fotografie delle vacanze o di eventi e momenti di lavoro, o il più banale dove sono, con chi, cosa faccio… tutto questo, può diventare pubblico, condiviso, condivisibile. In un grande gioco di ruolo collettivo, un gioco di sguardi certo, non uno strumento di approfondimento, ma un perfetto dispositivo di superficie: un gioco di specchi, di rimandi, per sbirciare nella vita degli altri e aprire agli altri squarci prospettici sulla propria vita.

La piattaforma è un luogo di notizie, su ciò che i miei contatti (persone ma anche riviste, partiti, istituzioni, club, siti di ogni genere e gusto) stanno facendo o pensando. È l’amplificatore che mi dà notizia degli stati altrui, permettendomi rapide ricognizioni su ciò che avviene nella mia rete di amici o contatti.

Filmare e non guardare – il social cyborg

È stato più volte osservato come questo fenomeno del social network stia trasformando anche la partecipazione ad eventi come i concerti, dove agli accendini di una volta si sostituiscono le luci degli smarthphone. Scrive Carlo Freccero: “Non c’è spettacolo o evento in cui non si vedano tutti gli spettatori con un aggeggio in mano a filmare, siamo diventati uno spinotto del nostro telefono.” Gli fa eco Vanni Codeluppi: “Non si fruisce più dell’esperienza attraverso il proprio corpo, ma attraverso uno strumento elettronico di mediazione dell’esperienza stessa. (…) Non si gode più del momento. Non si è lì, come a Woodstock, ma ci si isola e si va in un’altra dimensione per condividere con chi è fuori. (…) Quello che stai vivendo in diretta vale meno se non è condiviso, amplificato, diffuso, archiviato telematicamente.”2

Ma perché non si dovrebbe più godere del momento? Perché non si dovrebbe essere lì, se si è anche fuori (sulla rete)? Perché lo sguardo accompagnato e duplicato nello sguardo attraverso la macchina (smarthphone, rete, applicazioni varie) dovrebbe valere meno, essere qualitativamente inferiore, rispetto allo sguardo ad occhio nudo?

Queste critiche ricordano le resistenze della chiesa all’osservazione attraverso il telescopio di Galileo: in quel caso lo strumento era temuto come possibile fonte di inganno rispetto a ciò che i nostri soli occhi e la nostra ragione possono vedere (o più propriamente come strumento per una nuova e pericolosa autonomia del pensiero e della ricerca rispetto al sapere ricevuto e tramandato), in questo caso lo strumento viene accusato di una perdita di fisicità (ovvero di una presunta originarietà e verità) del proprio corpo. Ma che cos’è la fisicità del nostro essere umani se non questo percepire e agire nel mondo attraverso strumenti, che del nostro corpo non sono altro, ma ne sono estensione e articolazione?

Come scriveva Bateson, per il cieco che sente lo spazio con la punta del bastone, dove comincia e finisce il corpo come sistema di sensazione e percezione? Non è forse il sistema corpo-bastone a costituire il sistema di riferimento? Che dire del pilota che si muove nella nebbia o più semplicemente in uno spazio aereo in cui non è certo la sua visibilità ad occhio nudo a guidare la sua azione? In breve, quello che queste critiche non colgono è proprio l’esperienza del corpo che è propria del nostro tempo.

Scrive Remo Bodei: “Oggi ci si sente vivere solo se qualcuno ci sta riprendendo. È una specie di tic sociale. (…) Momenti di partecipazione collettiva in cui in realtà non si sta affatto insieme.”

Ma cosa vuol dire stare insieme? Certamente non significa soltanto condividere uno spazio fisico, cosa che spesso facciamo con persone talmente diverse da noi con cui certo non pensiamo di star condividendo alcunché se non una temporanea localizzazione spazio temporale (pensiamo per esempio alla vicinanza su un qualsiasi mezzo di trasporto ma anche in un bar o su una spiaggia…), ma qualcosa che ha a che fare con la condivisione di un pezzo di spazio interiore: si sta insieme quando si condivide un’esperienza, quando ci si racconta qualcosa. In questo senso, la cattura di istanti di vita e la loro condivisione su Fb o altri social è una forma basica di condivisone: con chi non era con me, ma anche con chi era con me ma che così può riguardare quella cosa e quel momento dal mio punto di vista.

Non si tratta di essere spinotti del proprio telefono ma della possibilità di disseminarsi (cioè di abitare) nello spazio in una forma nuova: così come la lancia, la ruota e le armi da fuoco, ci hanno permesso di instaurare un nuovo rapporto col mondo, lo smarthphone è un portale sulla rete, cioè su un nuovo pezzo di spazio oggi in gran parte costituito da esperienze e frammenti di vita quotidiana che la gente sceglie di condividere online.

La fantascienza, letteraria e cinematografica, ci aveva abituato all’immagine di strani desk, elmetti, elettrodi e stati di apparente sonnolenza del corpo fisico mentre la mente viaggiava in un aldilà virtuale, ma l’aldilà che la rete ci permette è qui ed ora, è la vita, reale ed immaginaria, di milioni di persone che condividono in rete foto, video, disegni, pensieri, conoscenze, consigli su come truccarsi o come cucinare, esperienze di malattia o di guarigione, spiegazioni su come craccare il proprio Iphone. E lui, lo smarthphone, è lo spinotto di questa nuova e inattesa forma di cyborg che siamo diventati, il social cyborg, un organismo che vive a cavallo tra il qui ed ora della propria esistenza e la pluralità dei tempi e degli spazi della rete. Rete dove ciò che appare quando ci colleghiamo non è una cascata di numeri fluorescenti ma (aprendo l’interfaccia di un social network) una valanga di immagini, scatti che raccolgono istanti di esistenza, frullati di idee, condensati di sensazioni, desideri, amori: le nuove scarpe che ho ai piedi, il cibo che sto mangiando, l’evento a cui sto partecipando, l’acqua del mare in cui mi sto bagnando… dove naturalmente l’io non è il mio ma quello di ogni amico reale o virtuale che appartiene alla mia rete e su cui il mio sguardo si soffermerà più o meno a secondo dell’interesse che il soggetto o il suo stato suscita su di me, mentre il mio stesso io va a sua volta a confluire (con le modalità che mi sono proprie e mi contraddistinguono) in questo flusso di dati fatto fondamentalmente di immagini.

L’esperienza GranTouristas

Come si colloca GT in tutto questo? Il tema generale del Padiglione Italia guardava alle architetture del Made in Italy per parlare del rapporto tra imprese e trasformazione del territorio, rivendicando, a partire dall’esperienza di Olivetti, il ruolo sociale delle imprese. In questo quadro, l’ultima sezione della mostra, intitolata reMade in Italy, individuava alcune questioni chiave che legano insieme presente e futuro del territorio e del nostro modo di abitarlo. Tra queste, innanzitutto, la questione della rete, come nuovo spazio sociale o di comunità.3

L’idea di partenza era quella di considerare lo spazio virtuale come un layer espositivo immateriale dove ribaltare la logica espositiva tradizionale: sostituire alla comunicazione verticale dal curatore verso i visitatori, uno spazio in cui la produzione e la fruizione dei contenuti fosse sviluppata direttamente dalle persone trasformate, da semplici visitatori, in parte di una comunità interconnessa via Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest e così via.

L’interesse principale dell’operazione, mai sperimentata in modo tanto libero e su scala così importante, non era vedere cosa si sarebbe prodotto, ma osservare il meccanismo stesso della comunità, capire se e come avrebbe funzionato. Che cosa sarebbe successo creando una vetrina virtuale dove chiunque avrebbe potuto dire la sua, con una bella visibilità, su un evento così importante (e discusso) come il Padiglione Italia alla Biennale di Architettura? Cosa avrebbe prevalso: uno spirito costruttivo, capace di produrre una scena con una propria identità e contenuti, o al contrario un più o meno piacevole chiacchiericcio?

Il risultato è stato piuttosto straordinario.

La comunità, lanciata un mese prima dell’inizio della mostra, così che per l’inaugurazione del padiglione fosse possibile vedere l’attività in corso dalla postazione fisica di GranTouristas (costituita da una tastiera connessa in rete ed una videoproiezione della pagina FB dell’account), in poche settimane aveva raggiunto circa 1500 utenti. Come racconta Stefano Mirti, curatore del progetto: “Siamo partiti in tre. Abbiamo fatto partire il gruppo di Facebook verso fine luglio, iniziando a postare alcuni pensieri e immagini. A sera eravamo una ventina, in una settimana cinquecento, quasi mille in un mese.” Numero che crescerà ancora nelle settimane successive.

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Fin dall’inizio, l’organizzazione di due momenti di incontro fisico nel padiglione ha costituito un punto di riferimento importante: il primo, più ristretto, per l’inaugurazione della mostra, il secondo una festa finale, aperta a chiunque volesse partecipare, nell’ultimo giorno della mostra, un finissage pensato come momento di incontro reale della comunità dopo i quattro mesi di interazione virtuale.

Dialogando via via di tutto ciò che accadeva in quei giorni (eventi esterni come la morte dell’astronauta Armostrong o eventi legati ai membri della comunità), e molto poco di ciò che accadeva e sarebbe accaduto nel padiglione fisico, il gruppo ha cominciato ben presto ad organizzarsi, proponendo alcuni eventi da realizzare nel padiglione in occasione della festa finale, ma anche e soprattutto cominciando ad immaginare un viaggio intorno alle cose, luoghi e persone più interessanti da incontrare nell’Italia del 2012. Il tema del viaggio, e dell’atlante, emerso in modo spontaneo, è diventato ben presto vincente, portando la comunità a ridefinire GranTouristas come una agenzia di viaggi: un portolano, una guida ai naviganti, capace di indicare i luoghi e le tappe da non perdere attraversando l’Italia di oggi alla ricerca dei suoi protagonisti più visionari e sognatori. Il gruppo ha così trovato un perfetto meccanismo di aggregazione per costruire e far emergere un immaginario collettivo.

Parallelamente, la maggior parte degli eventi pensati per il padiglione, pur nella più grande diversità di temi, conteneva in sé una dinamica processuale in cui lo sbarco al padiglione rappresentava appunto un punto di arrivo attraverso un percorso sviluppato nei mesi precedenti e via via narrato sul web attraverso i social network. Tra questi per esempio, i tweetbook di Michele Aquila e U10, forma di libri istantanei contenenti il flusso di tweet in corso istante per istante, stampati e accumulutati sul tavolo della postazione GranTouristas nei giorni dell’inaugurazione, su rotolini di carta simile a quella degli scontrini ma anche a nuove pergamene. E poi ELIOOO Il diario di un progettista che coltiva l’insalata, in studio, di Antonio Scarponi, il cui prodotto finale è un manuale che spiega, ricostruendo gli esperimenti fatti dal progettista, come modificare alcuni elementi Ikea per costruirsi un orto idroponico casalingo. Ed Architessitura di Anna Barbara e Francesca Lando, colossale tappeto tessuto attraverso il recupero ed il riciclo di migliaia di orli di pantaloni dismessi e raccolti in giro per l’Italia. Ancora, tracce di vibrazioni individuali trasformate in un’unica vibrazione collettiva in Sisma di Mario Cantarella. Il viaggio di Luca Lardera a partire dalla auto costruzione del proprio mezzo di trasporto, una sorta di bici modificata, per raggiungere Venezia in più tappe a partire da Milano. Sulla dinamica processuale della comunità hanno via via lavorato Maurizio Cilli, Gioia Guerzoni, Alica Horvathova, Cristina Perillo, Giulio Pascali e Cristina Senatore attraverso, articoli, disegni e mappature che hanno permesso una progressiva riflessione, un momento di sosta ed auto osservazione quanto mai interessante su quanto via via accadeva nella comunità. Ma i nomi qui citati e i rispettivi ruoli giocati e progetti sviluppati sono davvero una selezione molto parziale di un processo molto più ampio.

Dal web al nuovo mondo

Con l’avvicinarsi della data dell’incontro finale (nel frattempo divenuto tappa intermedia rispetto al successivo viaggio in Italia programmato dalla comunità), dopo circa tre mesi di interazioni vivacissime che avevano ormai generato una intensa dinamica di gruppo (facendo svegliare i partecipanti col desiderio di affacciarsi alla finestra del GranTour fin dal primo caffè del mattino), il problema materiale di coprire i costi di viaggio e soggiorno a Venezia della comunità, ha innescato una nuova svolta nell’attività del gruppo. È emersa infatti l’idea di un meccanismo di auto-finanziamento, basato su un processo di produzione di alcuni oggetti, tracce a cui affidare la testimonianza materiale delle attività della comunità, da vendere online agli stessi partecipanti.

Dopo alcuni giorni di discussioni, proposte e primi prototipi, si è deciso per la realizzazione di una scatola, in tre formati (S, M, L), contenente le più diverse reliquie del viaggio virtuale: a partire dalla raccolta di testi/post, alle cartoline, mappe e altri oggetti di piccole dimensioni che avrebbero potuto raccontare e testimoniare quanto avvenuto sulla rete.

Della realizzazione delle scatole, da produrre in 100 esemplari, si sarebbe curata Lucia Giuliano con gli studenti dell’accademia ABADIR (già curatrice di una sorta di catalogo della comunità realizzato per l’inaugurazione del Padiglione). Il contenuto sarebbe stato prodotto dai partecipanti interessati ad aderire al progetto, in 100 copie (o poco meno) da collocare nelle relative scatole (che nelle tre versioni, grande, media e piccola, contenevano qualcosa in meno o in più). Il tutto andava riunito (cioè spedito dai vari luoghi di produzione ad un unico luogo) ed assemblato, collocando gli oggetti nelle scatole4. Le scatole andavano poi vendute online, spedite (a chi non sarebbe andato a Venezia) o consegnate a mano al momento dell’incontro in Biennale, dove naturalmente occorreva portarle attraverso il mare (poiché tutti i trasporti avvengono a Venezia soprattutto dal mare, ed il Padiglione Italia in particolare si trova esattamente su uno dei moli di attracco dell’Arsenale).

Il processo nell’insieme era estremamente complesso e laborioso per una comunità completamente auto-organizzata, composta da persone molto diverse e che non si conoscevano tra loro se non per le interazioni dei mesi passati (una cinquantina le persone più attive e partecipanti a questa fase finale di produzione del GT Box), e prevedeva uno stretto gioco di passaggi dal virtuale al reale.

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Eppure l’insieme del processo non solo ha funzionato benissimo, producendo dei piccoli scrigni di cartone carichi di minuscoli oggetti magici (successivamente esposti a breve giro in altre manifestazioni che li hanno richiesti), ma ha anche offerto un inatteso spunto di riflessione.

Il layer virtuale della rete è infatti rimbalzato sul reale portando, in un Padiglione Italia fatto tutto e solo di videoproiezioni, un mondo di oggetti fatti a mano ma attraverso la nuova artigianalità permessa dal digitale. I più assidui naviganti si sono così trasformati in makers.

Parallelamente il sistema di relazioni nato nel virtuale ha innescato un bisogno profondo di incontrarsi e ritrovarsi, anche se per qualche ora, fisicamente insieme. E lo stesso Gran Tour in giro per l’Italia, temporaneamente passato in secondo piano rispetto alla fase di produzione delle Grand Box, oggi, ad un anno esatto di distanza, è nuovamente oggetto di discussione e, probabilmente, si tradurrà presto in un viaggio reale e comunitario. La comunità infatti non solo continua periodicamente a lanciarsi messaggi ma ha voglia di ritrovarsi…

Racconta Stefano Mirti: “Il passaggio che ci sembra realmente forte è la modifica dell’immaginario, personale e collettivo, con l’utilizzo dei social media. Per decenni l’immaginario degli architetti si è formato su non più di venti libri e su non più di dieci riviste.”

Tornando alla frase di Bodei “Oggi ci si sente vivere solo se qualcuno ci sta riprendendo. È una specie di tic sociale. (…) Momenti di partecipazione collettiva in cui in realtà non si sta affatto insieme.” quello che occorre capire è che ciò che stiamo vivendo è un cambiamento storico epocale delle forme della soggettività e dell’aggregazione ma anche della costruzione del sapere e della trasmissione della conoscenza.

Difficile dire se ciò che è in atto sia un superamento della millenaria concezione dell’individualità e della singolarità della mente tipicamente occidentale, e quale sarà il destino nel mondo a venire di istituzioni simbolo della modernità come le università, le democrazie rappresentative e gli stati nazionali. Ma è certo che una rivoluzione profonda ha già trasformato il sapiens che eravamo in qualcosa di diverso. In fine, se come sostiene Paul Crutzen l’epoca geologica in cui viviamo può essere definita Antropocene perché caratterizzata dall’impatto dell’uomo sull’ambiente -perché “La nuova forza […] siamo noi, capaci di spostare più materia di quanto facciano i vulcani e il vento messi insieme, di far degradare interi continenti, di alterare il ciclo dell’acqua, dell’azoto, del carbonio e di produrre l’impennata più brusca e marcata della quantità di gas serra in atmosfera negli ultimi 15 milioni di anni.”- la sfida che spetta al social cyborg è quella di un radicale cambiamento di rotta, per una ricomposizione degli equilibri, una ri-convergenza tra mente e mondo di cui soltanto una nuova specie di ominidi potrebbe essere capace.

1Leroi Gourhan, Il gesto e la parola. Tecnica e linguaggio. La memoria e i ritmi, Einaudi, 1977.

2 Le citazioni di Carlo Freccero, Vanni Codeluppi e quella successiva di Remo Bodei sono tratte dall’articolo di Codeluppi “Filmare e non guardare” in la Repubblica, 9 luglio 2013.

3Ultima sezione di “Le quattro stagioni. Architetture del Made in Italy da Adriano Olivetti alla Green Economy” Padiglione Italia alla 13. Biennale di Architettura di Venezia curato da Luca Zevi, ReMade in Italy, curata da Maria Luisa Palumbo, ha affidato a Stefano Mirti la realizzazione di una comunità virtuale basata sui social network. Con Stefano Mirti hanno collaborato fin dall’inizio Remo Ricchetti e Daniele Mancini.

4La raccolta dei materiali ed il processo di assemblaggio sono stati gentilmente ospitati a Mestre dal Museo M9 della Fondazione di Venezia.

 

About paesaggisensibili

Architect and senior fellow of the McLuhan Program in Culture and Technology of Toronto University, I'm a member of the board of directors of the Italian National Institute of Architecture (IN/ARCH) in Rome, where since 2003 I am in charge of the Institute Master Programs. My studies are rooted in the fields of architecture and philosophy of science with a special interest in biology and anthropology. Key words for my research are: Man, Space, Nature, Technique, Webness, Ecology, Relations, Interactions, Resources, Energy, Landscape, Footprint, Past and Future. My goal is to build critical understanding of the present to suggest useful strategies to build the future.

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