Una regia pubblica esemplare per un quartiere ad emissioni zero ed alta diversità sociale

Pubblicato su Artribune

L’ultima domenica di settembre, circa 3mila persone hanno potuto passeggiare nella futura Rue Rostropovitch: la strada ancora in cantiere al centro del settore Ovest, l’ultimo che verrà consegnato entro il 2019, del nuovo quartiere Clichy Batignolles, a Parigi. In quella giornata di sole, quasi 700 persone hanno visitato gli edifici in costruzione ai margini della strada, 150 bambini hanno preso parte ai workshop offerti da AICV ‒ Animation Insertion Culture & Vélo e Ateliers Villes ‒ Atelier pedagogici sulla città e l’architettura, quasi 200 camminatori hanno girato per il quartiere e la città guidati da architetti e storici dell’arte.

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All’inizio del millennio è il sindaco Bertrand Delanoë ‒ promotore del ritorno dei tram a Parigi, del bike sharing, delle spiagge estive sui bordi della Senna e delle Notti Bianche ‒ ad accorgersi per primo del potenziale dell’area ferroviaria semi abbandonata intorno alla stazione di Batignolles. Nel 2001 il Comune commissiona all’Atelier parisien d’urbanisme uno studio per lo sviluppo della zona. Nel 2002, i principi guida del progetto vengono raccolti in una delibera comunale che fissa gli obiettivi dell’operazione. Tra il 2003 e il 2005 una consultazione ristretta tra quattro gruppi di progettazione, cui viene chiesto di immaginare il sito come “villaggio olimpico a emissioni zero” per la candidatura di Parigi ai Giochi Olimpici del 2012, si conclude con la vittoria dall’équipe formata dall’urbanista François Grether, dalla paesaggista Jacqueline Osty e dallo studio d’ingegneria OGI. L’assegnazione delle Olimpiadi a Londra non ferma la corsa del progetto e nel 2015 il Comune crea una prima ZAC, una zona di sviluppo concertato: un’area urbana di proprietà pubblica, il cui progetto viene realizzato attraverso la collaborazione con promotori pubblici e privati.

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Il macro obiettivo di fondo è quello di rispondere al bisogno di abitazioni della regione dell’Île-de-France e di dare servizi al settore nord-ovest della città. Il piano prevede dunque la realizzazione di 3.500 alloggi, con il 50% delle superfici destinate ad housing sociale, cioè ad anziani non autosufficienti, studenti, giovani lavoratori, famiglie disagiate o con bisogni particolari come alloggi a basso costo e grandi dimensioni. Un altro 20% delle superfici sarà ad affitto controllato e il rimanente 30% ad affitto o vendita a prezzo di mercato. Ma il piano punta anche alla realizzazione di un grande parco – in 10 dei circa 50 ettari dell’area ‒, che il progetto di Grether/Osty/OGI immagina come una fascia parallela ai binari che, prolungando nel verde i tracciati delle vie esistenti, offre una nuova continuità pedonale tra quartieri per lungo tempo separati dalla stessa infrastruttura intorno a cui sono cresciuti. Ancora, per ridurre le emissioni di CO2 e trasformare la zona in un centro animato di attività, il piano presenta una grande varietà di funzioni. Oltre a verde e abitazioni, uffici, negozi, scuole e centri medici, dispone di un servizio a scala urbana, quale il nuovo palazzo di giustizia, progettato da Renzo Piano, di attività industriali come la produzione del cemento, a servizio del cantiere ma anche della città. Inoltre, novità di grande interesse, proprio accanto al tribunale è previsto un servizio usualmente il più possibile delocalizzato: un centro innovativo di gestione dei rifiuti, collegato al primo sistema sotterraneo pneumatico di raccolta di Parigi.

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Nel 2007 ‒ a soli due anni dall’aggiudicazione del concorso ‒ il Comune consegna ai cittadini la prima delle tre parti del parco Martin Luther King, ciascuna corrispondente allo sviluppo dei tre macro settori in cui è stato suddiviso il progetto complessivo. Uno sviluppo ordinato, strutturato attraverso un processo complesso in cui l’interesse privato confluisce nell’interesse collettivo, a partire dalla suddivisione dell’area in lotti venduti ‒ ma anche “dati in cura” ‒ a venti promotori immobiliari, pubblici e privati, con caratteristiche e interessi differenti. A essere stringenti nei confronti dei promotori non sono soltanto gli obiettivi (la grande quantità di alloggi sociali ma anche la realizzazione di edifici con standard energetici superiori a quelli di legge ed equivalenti agli standard passive house), ma anche e soprattutto la metodologia di progetto: un dialogo continuo con il Comune e con il suo braccio operativo, la Paris Batignolles Aménagement, società pubblica costituita per governare il progetto, e con i cittadini attraverso una serie articolata di dispositivi di partecipazione quali la realizzazione di una Maison du Projet e di eventi, esposizioni, visite guidate, laboratori per i bambini, visite ai cantieri. Ancora, dal punto di vista metodologico, essenziale è l’obbligo per i promotori dell’uso del concorso (con giurie composte anche da rappresentanti del Comune e della PBA), come strumento per garantire la qualità e la ricchezza della scena urbana. Per lo sviluppo dei lotti nella sezione ovest la metodologia prevede addirittura la selezione per concorso di un team di architetti (uno studio con esperienza e uno studio emergente) e la partecipazione dei progettisti a un atelier settimanale lungo sei mesi, per arrivare a una elaborazione collettiva sugli sviluppi della volumetria. Un atelier naturalmente condotto dalla PBA e aperto ai cittadini.

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Al cantiere di Batignolles studi emergenti lavorano così accanto alle più importanti realtà francesi e internazionali. È il caso dello studio italo-francese Scape, associato al più grande Baumschlager Eberle per la realizzazione di un edificio per uffici e spazi commerciali. Qui, la sfida di una costruzione innestata su una piastra in cemento sospesa sui binari ha portato progettisti e promotore ‒ Bouygues Immobilier ‒ alla scelta di una struttura lignea, che rimarrà parzialmente visibile dall’interno e che già vale all’edificio un ulteriore plus ambientale, l’etichetta BBCA Bâtiment Bas Carbone: una certificazione prestigiosa che riguarda il ciclo di vita dell’edificio e attesta un dimezzamento delle emissioni di carbonio per ogni m² costruito (da 1,5 tonellate di CO2 per m², valore di riferimento per un normale edificio di nuova costruzione, a 750kg).
E poiché questo cantiere, decisamente straordinario in sé, appare tanto più eccezionale agli occhi di un architetto italiano, chiediamo a Ludovica Di Falco (Scape) un parere sulla differenza tra le procedure operative dei due Paesi. “Non credo ci sia una sostanziale differenza fra una Zone d’Aménagement Concerté e un Piano Urbanistico Attuativo” ‒ afferma ‒ “ma in Francia, appena si definisce un perimetro di questo tipo, si crea una società specifica per l’attuazione del progetto, completamente pubblica, oppure mista, pubblico e privato. Il ruolo di queste società è quello di mediare fra gli attori. Sono loro che definiscono i lotti e li attribuiscono a committenti, pubblici o privati; mediano con il Comune; sovrintendono alla coerenza del processo e al suo sviluppo. Sono proprio queste società che a mio avviso fanno l’enorme differenza tra la Francia e l’Italia, lo strumento essenziale che garantisce lo sviluppo dei progetti. Saper mediare fra gli attori, controllare i processi, forse è questo quello che ci manca?

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Foto di Sergio Grazia

About paesaggisensibili

Architect and senior fellow of the McLuhan Program in Culture and Technology of Toronto University, I'm a member of the board of directors of the Italian National Institute of Architecture (IN/ARCH) in Rome, where since 2003 I am in charge of the Institute Master Programs. My studies are rooted in the fields of architecture and philosophy of science with a special interest in biology and anthropology. Key words for my research are: Man, Space, Nature, Technique, Webness, Ecology, Relations, Interactions, Resources, Energy, Landscape, Footprint, Past and Future. My goal is to build critical understanding of the present to suggest useful strategies to build the future.

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