I sensi del commercio. Un Atelier ad Aleppo.

Pubblicato su Arch’it

Le sens du commerce: Alep, Beyrouth, Tunis è una manifestazione in tre tappe organizzata da babelMed con finanziamenti dalla comunità europea. La manifestazione, la cui prima tappa si è svolta a metà settembre ad Aleppo (tra laboratori di pittura –affidati all’artista ed architetto romana Laura Federici ed all’artista iracheno Jaber- una mostra di fotografia –di Marc Carbonar- un caffè letterario –curato da Catherine Boskowitz- e numerose tavole rotonde -che hanno visto, tra gli altri, la presenza della scrittrice libanese Hoda Barakat-) ha per obiettivo quello di interrogarsi sul commercio nel Mediterraneo, favorendo un’ulteriore occasione di scambio, innanzitutto culturale, tra l’Europa, e tre grandi paesi della costa medio orientale: la Siria, il Libano e la Tunisia. L’articolo che segue è un insieme di appunti di viaggio, di riflessioni e osservazioni nate al seguito della manifestazione, ed in particolare assistendo all’atelier di Laura Federici.

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Rahaf ha 18 anni e un velo bianco tutto intorno al volto. Vorrebbe studiare architettura ma per 5 punti non ha raggiunto gli 85/100 necessari per accedere alla facoltà. Che farà? Quando le chiedo se le piacerebbe andare a studiare fuori dalla Siria sorride abbassando gli occhi, con l’espressione divertita ma colpevole di chi abbia ascoltato qualcosa di non del tutto decente. Mi colpisce questa stessa reazione in tutti gli allievi a cui pongo questa domanda o domande simili sull’Europa: ridono e abbassano subito gli occhi. “It’s difficult” mi dice Wihad, 20 anni, anche lei con il volto velato, iscritta alla facoltà di lingue… poi continua “I dream to go to England but it’s difficult”. Wihad ha voglia di parlare e io la ascolto… “Intanto guardo la televisione, a volte quella italiana, spesso Euronews… e cerco di capire che cosa gli americani pensano del Medioriente e la mia impressione è che ci vedono come un paese non civilizzato, in cui la gente abita nelle tende e soprattutto un paese in cui la gente non pensa… Credo che il problema sia che molti di loro non sono mai venuti qui e per questo non capiscono…”.

Sono d’accordo Wihad, è per questo che sono qui, ed è per questo che mi piacerebbe poterti invitare in Italia, e mi auguro che tu un giorno riesca ad andare a studiare in Inghilterra. Innanzitutto, per scoprire un nuovo punto di vista.

Aleppo, una città con 8.000 anni di storia, ad un paio d’ore d’auto dall’Eufrate (ad est) ed altrettante dal Mediterraneo (ad ovest). Una città con quasi 3 milioni d’abitanti (stentiamo a crederci ma così dicono le guide), che a guardarla dalla rocca della cittadella (curiosa collina fortificata al centro della città vecchia) ne scorgi i confini col deserto. Un tempo, centro dei commerci tra il Mediterraneo (l’Europa) e l’Asia (l’India, la Persia, la Mesopotamia). Oggi, città dimenticata (almeno dal mondo occidentale), fatta eccezione ovviamente per gli appassionati di civiltà sepolte, che qui fanno base per visitare Ebla, Apamea, San Simeone, Rasafa, Serjilla. Nel cuore della città vecchia, la bellezza di quelle che erano le case dei mercanti rivive oggi nei ristoranti, difficili da scoprire nel labirinto di vicoli lastricati in pietra e spesso sormontati da porticati, le cui facciate spoglie non lasciano affatto immaginare la ricchezza dei cortili interni, adornati e rinfrescati da lussureggianti fontane. Qui si beve araq (un superalcolico all’anice che viene mescolato ad acqua e ghiaccio) e, tra mille delizie, ci innamoriamo del Fattoush (una insalata arricchita da pezzetti di croccante pane fritto) e, soprattutto, del Cherry Kebab, la specialità di Aleppo: carne di agnello in salsa di ciliegie.

Eppure, Wihad, anche venendo qui capire non è facile. Conoscersi non è facile. Il tuo interesse per le televisioni straniere mi ricorda lo stuolo di antenne paraboliche che ricoprono come un manto di ruggine i tetti della città: non c’è casa, bottega o baracchino su cui non svetti almeno un piatto ricurvo rivolto verso il cielo. Se la possibilità di viaggiare al di là dei confini siriani sembra a tutti un sogno proibito (probabilmente, tanto per ragioni culturali quanto per l’abissale differenza nel costo della vita) nessuno sembra comunque voler rinunciare a possedere almeno una finestra virtuale sul resto del mondo. Quando però chiedo a Wihad la sua email per poterle inviare l’articolo e le foto, scopro che né lei né nessuno altro possiede un vero indirizzo, usano Internet si, si scambiano messaggi, ma nessuno di loro ha un indirizzo individuale… A un certo punto rinuncio a capire, lascio a Wihad il mio indirizzo chiedendole di scrivermi così che io possa risponderle. Aspetto ancora. Capirsi non è facile, restare in contatto sembra ancora più difficile.

L’hammam. Qui ti abbandoni. Varcata la soglia di questo luogo dove il tempo è rigorosamente scandito tra uomini e donne, tutto resta fuori. La confusione delle strade straripanti di taxi che usano il clacson come appendice dell’acceleratore, l’odore delle spezie e dei gas di scarico, gli sguardi degli uomini e delle donne, dei bambini che vogliono convincerti a comprare un biscotto. Tutto si scioglie, ed evapora nella densa nebbia del bagno. Il corpo trasuda. Come la pietra su cui il vapore condensa. E tutto sembra diventare sempre più leggero. Questo è lo spazio del corpo. Qui non ci sono più veli. E la carne si mostra in tutta la sua bellezza (quella dei bambini che giocano felici e scorazzano per tutto l’hammam) e impurità (quella dei corpi enormi delle massaggiatrici, dei corpi esangui di qualche turista occidentale, dei corpi affaticati delle mamme). L’hammam è un’isola di piacere e confidenze, di complicità e di pace. Dopo il vapore, il massaggio, poi il divano e il tè, il grappolo d’uva. Le risate allegre delle donne.

Non tutte fuori portano il velo. Molte di loro anzi vestono in modo estremamente libero. Noi no. Giriamo con braccia e spalle coperte, come ci è stato consigliato, ma questo non ferma lo sguardo insistente degli uomini, né la continua domanda dei tassisti, “siete russe?”, che qui significa puttane.

Nell’hammam tutto questo resta fuori. Qui bionde o brune, grasse o magre, puttane o professioniste non fa alcuna differenza. Qui siamo donne. E questo basta.

Un’amica siriana ci racconta dell’uso di organizzare feste, tipicamente prima di un matrimonio, per sole donne all’hammam. Immaginiamo che debbano divertirsi molto. I gruppi di donne che vediamo spesso per esempio ai caffè, a bere e fumare narghilè, sembrano sempre estremamente affiatate e allegre. Una festa all’hammam, ci dicono, è un’esperienza unica. Speriamo prima o poi di ricevere un invito.

Avviare il laboratorio non è semplice. Dopo un pomeriggio di colloqui in una scuola d’arte coinvolta nel progetto, alla data e all’orario fissato per l’inizio del lavoro non si presenta neanche uno studente. Avendo già avuto modo di sperimentare il senso del tempo siriano, decidiamo di aspettare ma l’attesa è inutile. Qualcosa non ha funzionato. (Cosa non verremo mai a saperlo infatti Jaber e l’organizzatore siriano per risolvere il problema, invece di accertare cosa sia successo, si dirigono direttamente verso un’altra meta e prendono accordi con un’altra scuola, il che ci lascia di stucco, ma alla fine funziona!). Dal momento che il laboratorio prevede una prima azione di ricognizione fotografica del suq, Laura ed io decidiamo di provare a coinvolgere nel lavoro i bambini che popolano sempre numerosi le strade del mercato, affidando a loro, anzicché agli allievi dell’indomani, il compito di scattare le fotografie. Un primo gruppo di bambini, che subito si raccoglie intorno a noi, si entusiasma per l’offerta e litiga per la macchina fotografica. Qualcuno cerca di scappare con la macchina. Qualcun altro prende la cosa molto seriamente, recupera la macchina e si dà da fare per scattare le foto. Tutto procede tra un marasma di segni e sorrisi per capirsi finché l’intervento di un uomo in abito lungo tradizionale non disperde i bambini e costringe anche noi, con sorprendente e inospitale fermezza, ad allontanarci. Andiamo avanti, e via via coinvolgiamo i bambini che incontriamo chiedendogli di fotografare la gente e le merci, e tutto va per il meglio. Bambini e adulti sono entusiasti, tutti vorrebbero partecipare. Tutti vogliono mostrarci la loro bottega.

Portiamo le immagini a sviluppare e con una certa sorpresa troviamo che la maggior parte delle foto vanno davvero benissimo come base da ritagliare, scomporre, ricomporre, disegnare per raccontare il suq.

Raccontare il suq. Il commercio e i suoi sensi, luoghi, vie, colori, odori. Qui il commercio passa attraverso il rito del tè, e nelle strette vie coperte del mercato, si sposta indifferentemente su ruote e su asini, in una incredibile sovraffollamento di persone, cose e animali: sete colorate e lana grezza, gioielli luccicanti e vecchie lanterne, tovaglie ricamate e pentolame, kefie, abeyya e biancheria intima dai colori sgargianti, spezie, ceste di pistacchi che sembrano petali di rosa, sapone all’olio d’oliva e pecore dentro scatoloni di cartone… I negozianti sono gentili. Bisogna certo mercanteggiare sul prezzo ma questo fa parte del luogo: le cose non hanno un prezzo standard ma una fascia di valore all’interno della quale bisogna, pazientemente, stabilire qual è, a detta vostra e del venditore, quello giusto per voi. Affiancato alla Grande Moschea, il suq non è, e soprattutto non era, semplicemente un mercato, ma, prima dell’apertura delle banche, esso era il centro finanziario della città, nonché il centro di tutte le attività di scambio: la caffetteria, il barbiere, l’hammam e il bordello e, ancora, il caravanserraglio, ossia un grande edificio con cortile centrale che a sua volta serviva da hotel, magazzino e centro commerciale per le carovane di mercanti che arrivavano da luoghi lontani. Tutto gravitava, ed è in gran parte ancora così, sulle strette stradine del suq dove sparisce la luce del sole.

La notte le botteghe si chiudono e il suq si trasforma in una città abbandonata, vuota e silenziosa, ma ugualmente affascinante. Nel silenzio i passi rimbombano e sembra quasi impossibile che quello sia lo stesso spazio che poche ore prima brulicava di vita.

Una sensazione di sorpresa inversa mi coglie mentre girovago da sola, unica turista, per le rovine della città morta di Serjilla e, improvvisamente, sento risate e voci di bambini. Mi avvicino e trovo tre bambini che in breve mi conducono verso la loro casa: è una casa ai confini di questa città misteriosamente abbandonata 15 secoli fa, con piante alle finestre, e secchi di plastica appesi ai muri. In una abitazione vicina vivono le mucche e più in là un’altra casa in rovina è adibita a stalla dei cavalli. Mi domando come vivono. Vorrei entrare nella casa dove certamente si trova una donna, forse la madre, forse la nonna dei bambini, ma lei non esce, ed io resto al margine del cortile. Questa città (se così si può chiamarla) è piuttosto lontana dal paese più vicino. E qui la famiglia sembra del tutto sola. Non so cosa pensare. Ho in borsa una caramella e dei pistacchi e li regalo ai bambini che mi scrutano divertiti. Le loro risate in questo deserto di pietre e facciate di magnifici palazzi sono una delle emozioni più forti del viaggio.

Ahmed, 40 anni, fa il sarto. Taglia e cuce il suo disegno con cura ineccepibile. Mustafa, 25 anni, è un ingegnere meccanico, il suo amico Achraf, 33 anni, guida i treni. Rima, 20 anni, insegna ai bambini arabo e inglese, mentre Hassnaa, 25 anni, che ci affascina con la sua eleganza bianca e nera che ridisegna identica nel suo quadro, fa la parrucchiera. Annad, 25 anni, insegna matematica. Randa, 17 anni, va ancora a scuola. Nesrin, che con entusiasmo mi ruba la guida per aggiungere la scritta SIRIA in italiano al suo disegno, ha 38 anni e insegna ai bambini disegno e collage. Qui, al Centro Arabo di Arti Visive, vengono tutti per passione, nel tempo libero. Non hanno mai fatto un lavoro del genere, una tecnica mista di fotografia, fotocopia, collage, e pittura, e sono tutti molto colpiti. La fotografia come appunto visivo per registrare forme, colori e movimenti; la fotocopia come lente deformante (il colore, la scala, la trasparenza della carta); e in fine il colore, come ultima stratificazione, non necessariamente uniforme ma al contrario utilizzato a tratti, sulla base in bianco e nero, per sottolineare una figura, un corpo, un movimento… Tutti ascoltano con grande attenzione (ed invadono con entusiasmo l’ufficio della scuola per trasformare la fotocopiatrice da semplice replica documenti in strumento della loro pittura).Tutti si mostrano contenti e, ancor più, stupiti della nostra presenza. Nessuno può credere che siamo andate lì solo per questo: per tenere un atelier di pittura e scriverci su un articolo. Né tanto meno possono credere che siamo lì per incontrare loro, chiacchierare e scoprire delle feste all’hammam. L’Europa probabilmente gli sembra davvero troppo lontana. Il Mediterraneo oggi, da questa sponda, appare soprattutto come un mare di distanza.

About paesaggisensibili

Architect and senior fellow of the McLuhan Program in Culture and Technology of Toronto University, I'm a member of the board of directors of the Italian National Institute of Architecture (IN/ARCH) in Rome, where since 2003 I am in charge of the Institute Master Programs. My studies are rooted in the fields of architecture and philosophy of science with a special interest in biology and anthropology. Key words for my research are: Man, Space, Nature, Technique, Webness, Ecology, Relations, Interactions, Resources, Energy, Landscape, Footprint, Past and Future. My goal is to build critical understanding of the present to suggest useful strategies to build the future.

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