Paesaggi Sensibili. Tecnica, architettura e sostenibilità

 Paesaggi Sensibili. Tecnica, architettura e sostenibilità”, è stato publicato in Perché si  diffonda la pratica di un’architettura come ecologia umana. Studiosi a confronto. Scritti in onore di Paolo Soleri, a cura di Jolanda Lima, Jaca Book.

 

La tesi che sosterrò è questa: se i due fatti più rilevanti del mondo che ci circonda sono da un lato l’evidente stato di crisi dei segni vitali della Terra, dall’altro l’estrema capacità operativa raggiunta dalla tecnica, la sfida più importante della contemporaneità è riuscire ad usare la tecnica per sostenere la vita. In architettura, così come in tutti gli altri campi della conoscenza e della operatività umana.

Infatti, guardando il mondo intorno a noi alla piccola e alla grande scala, non possiamo se non rimaner colpiti tanto dalla nostra estensione nello spazio, attraverso cellulari capaci delle più strabilianti funzioni (o altre forme di protesi come gambe artificiali capaci di correre più veloci di quelle normali), quanto dalla crescente emergenza ecologica legata alla progressiva riduzione delle risorse disponibili, di suolo fertile e coltivabile, di aria e acqua pulite, di biodiversità animale e vegetale.

Una divergenza, quella tra sviluppo tecnologico e crisi ecologica, più che mai evidente rispetto alla questione urbana: perché se la città è in un certo senso la forma più estesa di protesi o di mutazione tecnologica attraverso la quale l’uomo ha realizzato il proprio stare al mondo, proprio oggi che la condizione urbana è diventata la forma numericamente prevalente dell’abitare dell’uomo, le città sono lo specchio più inclemente di una situazione socio ambientale vicina al collasso. In particolare, l’urbanizzazione che in questi anni sta interessando in modo così radicale il sud del mondo è infatti sinonimo di favelizzazione, ovvero, di iperdensità abitativa “informale” realizzata in totale mancanza di servizi primari come acqua corrente e fognature, con una tendenza crescente alla segregazione di parti di città giustapposte, in una complessiva perdita di forma collettiva.

 

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Tenendo insieme scenario globale e scena locale, la nostra condizione di corpi nello spazio e la condizione complessiva del pianeta, è dunque necessario domandarsi cosa può voler dire oggi, in architettura, usare la tecnica per sostenere la vita? Per rispondere a questa domanda però dobbiamo innanzitutto fare un passo indietro per capire cosa intendiamo con la parola tecnica.

Con questo termine infatti non vogliamo indicare una tecnologia specifica ma vogliamo piuttosto riferirci alla specificità della condizione tecnologica in cui viviamo, perché è questo carattere (specifico della nostra condizione tecnologica ma generale rispetto alle varie applicazioni tecnologiche) che occorre capire, per valutare se e come la tecnologia può oggi essere uno strumento al servizio della sostenibilità. E, sempre dal punto di vista del rapporto tra il corpo e lo spazio, locale e globale, la condizione tecnologica che ci caratterizza (quella nella quale siamo tutti più o meno consapevolmente ed attivamente immersi) è quella di una specie relativamente giovane (homo sapiens ha circa 200 mila anni) impegnata a mandare sonde e segnali nello spazio profondo dell’universo per parlare di sé a possibili forme di vita aliena, costantemente in ascolto tanto di possibili segnali provenienti da altre forme di vita nello spazio profondo quanto dei segnali provenienti dalla Terra stessa, per monitorare per esempio il respiro della biosfera o gestire il continuo rimbalzo di informazioni tra il pianeta e la rete dei suoi satelliti artificiali. La tecnica di cui stiamo parlando è, in una parola, quella che possiamo chiamare tecnologia di rete intendendo con questa espressione quell’insieme di strategie che hanno permesso tanto la convergenza dell’informazione su un’unica forma di supporto (quella codificazione digitale in cui immagini, suoni, parole ed ogni altra forma di dato può essere scambiato ed elaborato) quanto la possibilità per le macchine (ed, attraverso le macchine, per ogni forma di oggetto) di dialogare tra loro, condividendo e scambiando informazioni e risorse, hardware e software, input ed output.

Questa singolare circolarità, questa possibilità di circolazione, di comunicazione, di scambio, tra territori prima confinati (come il territorio delle immagini e quello dei suoni, il territorio degli oggetti inanimati e quello delle macchine, il territorio dei soggetti e quello degli oggetti), questa possibilità di rete tra cose distanti nello spazio e per differenza di specie è la caratteristica specifica permessa dalla condizione tecnologica in cui viviamo. La caratteristica emergente del nostro spaziotempo reticolare.

Per capire a fondo la radicale novità di questa condizione, consideriamo il caso emblematico dell’interfaccia neurale. Infatti, grazie alla più recente tecnologia di rete, è oggi possibile rilevare i segnali cerebrali di una persona completamente paralizzata ed utilizzarli, attraverso il Brain Gate Systhem, per guidare un cursore sullo schermo di un computer restituendo a questa persona una forma di controllo diretto (attraverso il computer) sull’ambiente della propria stanza tecnologicamente integrato (ad esempio la testiera del letto, le luci, le finestre), nonché su un ambiente virtuale come quello di un videogame. Questo è ciò che possiamo chiamare connettività: uno scenario in cui, attraverso la tecnologia di rete, cose diverse (come la testiera di un letto, un computer ed il cervello umano) possono parlare tra loro in modo efficace (cioè producendo delle modificazioni concrete come il movimento della testiera di un letto), attraverso l’elaborazione di un flusso continuo di dati (a partire dai segnali elettrici prodotti dal cervello, trasformati in segnali elettronici per il calcolatore e ulteriormente ricodificati per regolare l’attuatore che metterà in movimento il pistone meccanico che regola la testiera). Questa è webness: circolarità di informazioni tra cose diverse per natura e per specie che possono oggi dialogare in modo nuovo attraverso una tecnologia in grado di metterle in rete.

Qualcuno però potrebbe chiedersi, cosa ha a che fare tutto questo con l’architettura e la sostenibilità?

Usare la tecnica per sostenere la vita, è questo il punto da cui siamo partiti. E se una prima forma di uso della tecnica a sostegno della vita è già evidente in questo scenario di domotica radicale, l’importanza di questo scenario va oltre le sue applicazione specifiche (che delineano comunque un orizzonte eccezionale di possibilità di uso della tecnica a sostegno della qualità della vita) e risiede nel suo valore esemplificativo sulla natura della nostra tecnica (e dunque sulle sue potenzialità): uno strumento di intermediazione, di connettività, al limite, tra la materia pesante degli oggetti e dello spazio intorno a noi e la sottilissima trama dei nostri pensieri. O, ancora, per esempio, tra l’energia diffusa dall’irraggiamento solare e la pelle dei nostri edifici.

E’ proprio questa possibilità di rete infatti che può farci sperare di trasformare il nostro modo di abitare: cominciando a realizzare paesaggi costruiti che piuttosto che sovrapporsi alla natura, ai soggetti e alle dinamiche che caratterizzano un territorio, siano in grado di entrare in rete, sviluppando organi di senso ed elaborazione che gli permettano di ascoltare, raccogliere, trasformare, trasmettere, in breve, di prendere parte attiva al dialogo complesso della vita. Un dialogo che lega insieme animali e vegetali, organismi e ambienti, materia organica e inorganica, e, superando i confini stessi della vita, il nostro pianeta con il resto dell’universo, a partire dal ruolo primario svolto dall’energia solare.

Se nella prima metà del Novecento la cibernetica delineava per la prima volta la possibilità di simulare nelle macchine il comportamento degli esseri viventi, lo scenario dischiuso dalla tecnologia di rete ci permette di immaginare (e cominciare a realizzare) una nuova generazione di artefatti (oggetti, edifici, città), in grado di partecipare alle catene energetiche e metaboliche che permettono e mantengono in equilibrio la vita sulla Terra.

In altri termini, la possibilità che la tecnologia di rete dischiude all’architettura è quella di pensare ad una vera e propria nuova specie di edifici, e di complessi di edifici (cioè di quartieri o parti di città), come sistemi aperti,caratterizzati più ancora che dalla loro forma, dal loro comportamento dinamico connesso al continuo scambio di materia, informazioni ed energia con l’ambiente esterno, naturale e artificiale. In particolare, naturalmente, il primo punto di un programma architettonico profondamente rinnovato riguarda appunto le esigenze energetiche dell’edificio, pensato non più semplicemente in termini di muri di confine ma come sistema complesso di habitat ed abitanti che, per la propria vita quotidiana, richiede, oltre che un sistema di confini, anche e soprattutto un continuo apporto di materia ed energia dall’esterno. Il punto è, da dove vengono, e dove vanno, l’energia e la materia di cui l’edificio ha bisogno nel proprio ciclo vitale? Che ruolo e che parte ha l’edifico nei confronti di questi processi? Chi e come li elabora?

Come sappiamo, oggi energia (elettrica) e materia (fondamentalmente acqua e cibo) arrivano non solo dall’esterno ma precisamente da lontano, con modalità altamente impattanti sull’ambiente e sulla società in termini di sprechi, consumi e produzione di scarti ma, anche, di lotte sociali per l’approvvigionamento di risorse sempre più scarse. Il tutto in una concezione dell’edificio come elemento concluso nei propri confini materiali, servito da un sistema di cavi e tubature collegati a sistemi del tutto autonomi di produzione e distribuzione dell’acqua, del gas e dell’energia elettrica. L’edificio dunque come oggetto finito, chiuso, confinato in un sistema di limiti pensati primariamente come barriere: dall’esterno, dall’altro, dal sole, dall’acqua, dal vento, dalla vegetazione, dal resto insomma del paesaggio naturale ma anche del paesaggio costruito. L’edificio come luogo dell’isolamento e del consumo, del degradamento delle risorse (energetiche, idriche, alimentari), luogo dell’entropia.

Un modo di abitare insostenibile dal punto di vista ambientale e sociale (in termini di lotte e soprusi globali per l’accaparramento delle risorse), nonché tecnologicamente obsoleto. Anche perché (dal punto di vista socio ambientale) una delle rivoluzioni più grandi permessa dalla tecnologia e dal pensiero di rete è proprio quella di ribaltare la logica gerarchica e monopolistica della produzione centralizzata di beni primari quali l’energia e l’informazione, a favore di una loro generazione diffusa, locale, distribuita e condivisa. Perché continuare a pensare in termini di centrali quando l’energia solare è distribuita ovunque e può essere prodotta localmente (senza costi e sprechi di trasporto) e condivisa in rete in modo da scambiare deficit e surplus?

Se la tecnologia di rete in generale ci permette di pensare l’edificio come parte di una rete di intelligenza diffusa e distribuita, il modello energetico ed informazionale nato dalla rete, ci dà la possibilità di ribaltare alla radice la concezione tradizionale dell’edificio come sistema di confini chiusi, a favore di un sistema dai confini porosi, non solo verso gli agenti naturali quali nuove fonti energetiche (distribuite, pulite e rinnovabili) ma anche e soprattutto verso il sistema urbano complessivo, che nel suo insieme di spazi pubblici e privati, aperti e chiusi, residenziali e non, può divenire un sistema integrato capace di un comportamento virtuoso: un ecosistema capace di garantire il mantenimento delle condizioni ottimali per l’insieme di organismi e ambienti.

Del resto, perché continuare a pensare gli edifici e, complessivamente, la loro aggregazione urbana, come concentratori di entropia piuttosto che come produttori di energia pulita e distribuita in sistemi di reti locali capaci di ottimizzare usi e consumi? Perché continuare a pensare gli edifici, e la loro aggregazione urbana, come semplici consumatori e degradatori dell’acqua piuttosto che come raccoglitori dell’acqua meteorica e depuratori dell’acqua degradata attraverso, per esempio, sistemi di fitodepurazione che alimentino dei polmoni verdi all’interno di un quartiere? Perché non pensare l’edificio come un supporto, o un nuovo territorio, non solo per la vita umana ma anche per quella vegetale, a cui in parte restituire porzioni di suolo sottratte dall’esigenza della costruzione? Perché non pensare un’area urbana come un sistema che contenga al proprio interno un suolo attivo per la produzione e l’autosufficienza alimentare, all’interno di una rete di scambi con un territorio più vasto?

Si tratta di prospettive e temi di ricerca che cominciano a comparire, anche se ancora in modo molto timido e spesso parziale, in progetti architettonici alle diverse scale.

Un progetto, per esempio, che affronta molte di queste questioni, a partire da una tipologia edilizia tipicamente urbana, il grattacielo, reinventandola in modo semplice e radicale, è quello di Stefano Boeri per due torri residenziali in costruzione a Milano, completamente circondate da una foresta verticale. La superficie estesa verticalmente del grattacielo è qui pensata come occasione per ospitare un paesaggio naturale composto da 900 alberi di 50 specie diverse, un paesaggio che sul terreno avrebbero occupato un’area di circa un ettaro di bosco. Non si tratta ovviamente di una soluzione pensata per sottrarre spazio al verde urbano ma, al contrario, per moltiplicare lo spazio naturale, offrendogli nuova ospitalità come parte integrante dell’architettura costruita. Una strategia di densificazione verticale della vegetazione (non più limitata al livello del suolo), sviluppata all’interno di un ragionamento più vasto sul metabolismo complessivo dell’edificio. Infatti, le torri sono pensate per una parziale autosufficienza energetica attraverso pale eoliche collocate sui tetti, pannelli fotovoltaici sui parapetti delle terrazze e l’uso di energia geotermica dal terreno sottostante. Inoltre, un sistema centralizzato di irrigazione riutilizza le acque grigie prodotte dall’edificio.

Quello che è importante capire è che non si tratta di un semplice cambiamento epidermico senza conseguenze complessive ma piuttosto di una strategia costruttiva che incide efficacemente sul comportamento bioclimatico dell’edificio e del suo intorno, abbassando di circa 2 gradi la temperatura, riducendo l’inquinamento dell’aria e quello acustico. Inoltre, tenendo conto che una specie vegetale ospita circa otto specie animali, anche da questo punto di vista se un albero è fondamentale per sostenere un equilibrio fondato sulla biodiversità, 900 alberi e, perché no, la moltiplicazione di questa coesistenza tra edificio e vegetazione su un sistema edilizio molto più esteso, possono certamente fare una differenza significativa.

Il Bosco Verticale dunque è un modello di riforestazione urbana, interessante proprio perché invita a ripensare i confini e rimettere in gioco i ruoli: non più (o non solo) l’edificio e il parco, ma un edificio sensibile al sole, al vento e alla terra, che si offre come nuovo suolo per un parco che l’edificio nutre attraverso i propri rifiuti idrici, ricevendone a sua volta beneficio in termini energetici ed acustici.

Consideriamo un altro progetto, Ecoboulevard dello studio spagnolo Ecosistema Urbano. Il progetto nasce da un concorso organizzato dalla municipalità di Madrid per la realizzazione di uno spazio pubblico in un’area di nuova urbanizzazione, con l’obiettivo di migliorare il comfort ambientale del contesto e favorire l’aggregazione sociale, promuovendo un modello sostenibile di crescita urbana.

Ecosistema Urbano propone la realizzazione di tre “alberi d’aria” da programmare con attività differenti: tre padiglioni, aperti, costruiti di materiale riciclato e riciclabile, immaginati come dispositivi, temporanei, di attività sociali, nonché come supporti per la crescita biologica, il raffrescamento naturale e la produzione energetica. L’idea è quella di popolare lo spazio pubblico con delle strutture che, una volta cresciuti gli alberi nelle aree piantumate e una volta radicatosi il contesto urbano, possano essere smontate e portate altrove. Nel frattempo, i padiglioni si offrono insieme come punti di incontro, per attività come concerti o viedoproiezioni, e come rigeneranti aree climatizzate. Infatti, i telai di acciaio zincato che fanno da supporto a varie piante rampicanti, sono delle vere e proprie macchine bioclimatiche: la loro struttura circolare semi-chiusa forma una specie di torre capace di innescare un meccanismo di evapo-traspirazione che abbassa naturalmente la temperatura di circa 10 gradi. La struttura termina, in alto, con pannelli fotovoltaici che rendono le torri non solo energeticamente autosufficienti ma in grado di vendere in rete energia, fornendo così le risorse necessarie alle spese di manutenzione.

Anche in questo caso il progetto lavora su una specie di ibridazione tipologica: si tratta di un sistema di piazze, ma anche di un sistema di giardini (verticali) e di torri, con un’estetica che richiama il silos industriale, la centrale energetica o l’astronave (l’albero mediatico) ma anche sistemi leggeri e trasparenti completamente digeribili dalla vegetazione. Nell’insieme si tratta di un progetto con una indiscutibile forza programmatica, insieme operativa (il sistema bioclimatico è estremamente efficace e in quanto tale è anche un attrattore sociale) e dimostrativa, della possibilità di immaginare e realizzare nuove forme di spazio pubblico e di architetture in rete.

Sull’insieme della dimensione urbana ragiona invece Footprints, sette visioni realizzate dallo studio romano ma0/emmeazero in occasione della XI Biennale d’Architettura di Venezia. In una serie di immagini che sviluppano e generalizzano i lavori precedenti dello studio sul tema della continuità urbana, come il progetto per la nuova espansione della città di Almere in Olanda, è proprio il vuoto ad essere al centro della riflessione: il vuoto come negativo degli edifici o dell’architettura costruita, il vuoto come spazio pubblico e collettivo ma, anche, come rete di interconnessione tra le cose, come elemento di confine e come punto di incontro. E’ a questa rete infatti che, alla grande scala, è possibile affidare il compito di esercitare una impronta ecologica, ovvero appunto, innanzitutto, una impronta relazionale, connettiva e riconnetiva di un tessuto urbano troppo spesso frammentato, slabbrato, disperso. Progettare la continuità dello spazio pubblico, la sua continuità materiale (il fatto cioè di poterlo percorrere, a piedi, senza impedimenti o interruzioni) ma anche la molteplicità della sua struttura (come sistema variabile che possa via via diventare percorso, parco, giardino, foresta, area coltivata, area sportiva, parco energetico e così via), potrebbe incidere sulla forma urbana complessiva, e sulla sua sostenibilità (dal punto di vista ambientale e sociale), più di quanto si potrebbe fare lavorando sui singoli edifici.

Certamente, se queste visioni, sul singolo edificio e sullo spazio pubblico, venissero integrate in un’unica prospettiva in cui alle varie scale i principi guida fossero quelli di pensare insieme allo spazio e alla vita nello spazio, ai confini ed alle relazioni, al comportamento statico e a quello energetico, all’autonomia e alla condivisione in rete, il risultato sarebbe una trasformazione radicale del nostro paesaggio costruito, una nuova forma di ecosistema ibrido, non interamente urbano e artificiale né tanto meno esclusivamente naturale, certamente in grado però di sostenere la vita, in tutte le sue forme e a tutte le scale.

Image source: ma0/emmeazero, Footprints.

About paesaggisensibili

Architect and senior fellow of the McLuhan Program in Culture and Technology of Toronto University, I'm a member of the board of directors of the Italian National Institute of Architecture (IN/ARCH) in Rome, where since 2003 I am in charge of the Institute Master Programs. My studies are rooted in the fields of architecture and philosophy of science with a special interest in biology and anthropology. Key words for my research are: Man, Space, Nature, Technique, Webness, Ecology, Relations, Interactions, Resources, Energy, Landscape, Footprint, Past and Future. My goal is to build critical understanding of the present to suggest useful strategies to build the future.

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