La città nuovissima / The brand new city

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Text and pictures by Alberto Iacovoni and me on the April issue 2016 of The Plan.
http://www.theplan.it/magazine/the-plan-089


Costruire in un contesto sociale in rapido cambiamento, con vincoli storici e paesaggistici praticamente inesistenti, con a disposizione risorse economiche illimitate ed un potere assoluto sul governo del territorio, dovrebbe essere una condizione straordinaria per immaginare e realizzare una città radiosa.

Il primo elemento caratteristico di Doha (ma tipico di tutte le città del Golfo) è il peso determinante degli stranieri, quasi il 90% della popolazione della città, con un permesso di residenza temporaneo basato su un sistema di sponsorizzazione (kafala) cioè di legame diretto e inscindibile tra un soggetto locale (lo sponsor) e il lavoratore (l’expat) nei confronti dello stato. Un sistema che, negando ogni possibilità di libero movimento ai lavoratori (per cercare un lavoro o condizioni di vita migliori), pone il 90% della popolazione in una condizione di libertà condizionata, vigilata e surrogata dalla volontà dello sponsor. Questa struttura sociale potrebbe apparire poco rilevante dal punto di vista urbano, eppure questo “fattore umano” è alla base della struttura spaziale della città: della sua forma e delle sue dinamiche.

La seconda caratteristica della città è la rapidità con cui è avvenuto il suo sviluppo in un territorio desertico prevalentemente pianeggiante, che non ha opposto ostacoli ad una sua rimodellazione profonda nel processo di attuazione dei masterplan che hanno inventato quasi da zero una nuova struttura urbana e un nuovo paesaggio.

Doha aveva appena circa 12.000 abitanti nelle prime decadi del ventesimo secolo, 80.000 negli anni ’70, ed è solo negli anni ’90, con la produzione del gas naturale e l’avvio delle politiche di liberalizzazione e di diversificazione dell’economia volute dallo sceicco Hamad Bin Khalifa Al Thani, che la popolazione raggiunge i 500.000 individui per poi triplicarsi, oltrepassando il milione e mezzo di cittadini, nel ventennio a cavallo del millennio.

Quando guardiamo Doha, quello che vediamo è dunque un sistema urbano cresciuto nell’arco di pochi decenni, sulla base di alcune trasformazioni sociali e tecnologiche molto chiare e potenti e di alcune scelte strategiche molto precise e riconoscibili.

A partire dal 1971 il riconoscimento dell’indipendenza del Qatar dal protettorato britannico richiede infatti al nuovo stato un grande sforzo organizzativo per la creazione dei Ministeri e dei sistemi di circolazione del denaro, della posta, delle acque così come delle altre forniture fondamentali. Nel 1974, in accordo con lo stato britannico, lo studio inglese Llewelyn Davis viene incaricato di sviluppare, insieme al neonato Ministero per Municipal Affairs and Agriculture (MMAA), un primo Masterplan per la città e la sua crescita fino al 1990. Nonostante le difficoltà realizzative, legate all’importazione di una pratica di pianificazione completamente aliena sia rispetto alla tradizionale crescita spontanea degli insediamenti nel paese sia rispetto al concetto stesso di regola predefinita in un sistema politico basato sull’argomentazione nel Majlis (un luogo d’ascolto, presente sia nel palazzo dell’emiro che a cascata in tutte le case, così che ognuno potesse esporre le proprie ragioni a chi in una posizione di potere superiore alla sua), questo piano segna la forma futura e attuale della città con l’istituzione di un nuovo centro con edifici commerciali, servizi ed edifici residenziali multipiano per la nuova popolazione expat, edifici impiantati su grandi strade e rotonde per la circolazione delle macchine.

Nel frattempo nel 1975 (cioè soltanto un anno dopo l’affidamento dell’incarico del Masterplan), lo studio americano William L. Pereira Associates viene incaricato di sviluppare un nuovo masterplan per una ulteriore estensione della città a nord, da realizzare in parte bonificando e consolidando l’area di bassa marea che caratterizzava la punta nord della baia, ridisegnando così radicalmente la linea di costa, imponendole l’attuale tracciato semicircolare. Sulla punta della nuova Corniche, come simbolo di una parte di città (West Bay) non più semplicemente moderna ma avveniristica, lo studio progetta e realizza un grande albergo con 15 piani disposti su una geometria piramidale. Un grande parco e una zona per edifici diplomatici e ministeriali completavano quella che sarebbe diventa negli anni novanta West Bay: la nuova downtown dei grattacieli.

Nel corso degli anni ’70 e poi negli anni ’80 tutti i vecchi quartieri indigeni vengono progressivamente demoliti e la maggior parte della popolazione qatarina, grazie a dei meccanismi di sostituzione delle proprietà e di agevolazioni economiche per la costruzione delle nuove case, si sposta nei nuovi quartieri suburbani: Al Rayyan, Medinat Khalifa, Al Gharrafa, quartieri basati su una griglia stradale e di lotti ortogonale. Si passa così da insediamenti caratterizzati, secondo la tradizione araba dei climi caldi, da alta densità, case a corte addossate le une alle altre per ombreggiare i muri di confine e i vicoli tortuosi e stretti tra le case, ed una convergenza della vita pubblica su pochi luoghi principali (il porto, il souq e la moschea), ad una crescita a macchia d’olio e misura d’automobile ed aria condizionata. Il paesaggio urbano viene allora segnato da alti muri di recinzione, per mantenere l’isolamento e l’orientamento introverso della casa tradizionale, e per proteggere i quartieri degli expat benestanti, i compound, sistemi più o meno densi di casette a schiera a due o tre piani, ognuna col proprio angolo di giardino ma con servizi comuni, come la piscina o un piccolo supermercato. Sistemi protetti, a viabilità rallentata, capaci di ricostruire una unità di vicinato e di comunità.

In meno di cinquant’anni, la città è così passata da una superficie di 130 ettari (per circa 10mila abitanti) agli oltre 7.000 del 1995 (per circa 500mila abitanti).

Nel 1995, la successione dell’emiro Hamad Bin Khalifa Al Thani al padre, dà il via ad un nuovo scenario. Una nuova ondata di ricchezza legata alla produzione del gas naturale, accompagnata dall’emergere della instabilità politica segnata dalla prima guerra del golfo e progressivamente dal nuovo scenario della globalizzazione, orientano il nuovo emiro verso una strategia di liberalizzazione finalizzata ad aprire il Qatar al nuovo mercato globale, costruendo un nuovo brand per la città come capitale dello sport, del turismo e della cultura. A partire da questa visione, il lancio di Al Jazeera e la creazione di Qatar Foundation e del suo primo e principale progetto, Education City (un campus universitario dove vengono chiamate le migliori università nordamericane) nel 1995 e, successivamente, il recupero (o meglio la ricostruzione, dove era e come era) dello scomparso Souq Waqif, la costruzione del Museo di Arte Islamica sul terreno bonificato del vecchio porto, del distretto artistico culturale di Katara, così come dell’imponente complesso sportivo di Aspire (realizzato in occasione dell’ospitalità dei Giochi Asiatici del 2006) sino alla recente progettazione dei nuovi stadi per ospitare i mondiali di calcio del 2022, sono momenti di un unico percorso, una strategia insieme politica e urbana, in cui tutto è plasmabile: la storia come il paesaggio.

In questo processo di grande crescita e cambiamento l’architettura assume come in molte altre città globali un ruolo importante nella costruzione dell’immagine della città, oscillando tra riproposizioni di forme e stilemi della cultura architettonica mediorentale per gli edifici dell’amministrazione pubblica, la reinvenzione della tradizione locale del Museum of Islamic Art di Pei, o della Doha Tower di Nouvel, la costruzione di pure icone quali il National Convention Center di Isozaki, la Biblioteca Nazionale e la sede di Qatar Foundation di Oma o il National Museum ancora di Nouvel, e la pura finzione scenografica del mall che replica la galleria milanese, o delle delle due Venezie di cui è dotata la città: quella del quartiere residenziale di Qanat, con tanto di canali e campi, e quella del Villaggio, il mall con gondole a motore e gondolieri indiani.

I progetti più recenti quali The Pearl, un nuovo quartiere per 40.000 abitanti interamente costruito su terreno artificiale, con due marine semicircolari pensate per offrire una vasta area pedonale sul mare ed una struttura mista, commerciale e residenziale, così come il progetto di Msheireb, una porzione del vecchio centro modernista interamente ricostruita per riproporre la struttura densa, mista e pedonale della città storica su un ampio sistema di parcheggi sotterranei, oltre alla pianificata nuova area di Lusail, mostrano oggi, pur con scelte formali molto diverse tra loro, una perfetta consapevolezza dei limiti della crescita avvenuta nei decenni precedenti. Ma, ancora, nonostante la pianificazione in atto di una importante rete metropolitana, che cercherà di collegare tra loro i frammenti urbani oggi dispersi come isole galleggianti su un oceano di compound murati e di strade ad alta velocità, la segregazione tra le parti è ciò che domina questa struttura urbana e la nuova metropolitana sarà certo molto importante ma non risolutiva.

Non solo perché l’automobile (un’altra “isola mobile”) resterà comunque l’unico mezzo per connettere il mare di residenze a bassissima densità, ma perché questa struttura fatta di città nella città – dell’educazione, degli affari, della cultura, dell’industria – è lo specchio profondo di una società che non si incontra, non si mescola e non si fonde in un mix di portati, di storie, di culture. Poiché ciascuno resta con la valigia pronta per ripartire, in attesa che qualcuno gli comunichi che non c’è più bisogno di lui.

Se in tutto il resto del mondo le comunità in movimento alla ricerca di condizioni di vita migliori si sono sempre radicate nel luogo che aveva bisogno della loro forza lavoro, costruendo famiglie, relazioni, ed edifici, cambiando così quel luogo stesso in cui erano arrivati, qui tutto questo sembra non avvenire, sembra anzi essere non voluto, temuto: sembra si contino i giorni in cui tutto il lavoro tornerà nelle mani dei suoi legittimi proprietari, insieme alla città, alle università e a tutto quello che altri hanno costruito per loro. Inutile fare l’elenco delle leggi che limitano la libertà personale (attraverso il legame univoco con lo sponsor), l’acquisto delle case, l’apertura di attività imprenditoriali (a meno di partnership con società qatarine), o di quelle scritte per alzare la percentuale dei qatarini nei luoghi di comando dei ministeri e dell’apparato pubblico.

La paura di perdere se stessa è comprensibile, per una società trasformatasi in modo così radicale in così poco tempo. Ma per riempire quel vuoto inospitale che accompagna i nostri spostamenti tra le varie isole più o meno recintate della città, la sola strada possibile è abbattere i recinti: costruire relazioni e spazio pubblico, attraverso gli strumenti dell’architettura e della pianificazione, allentando il controllo sociale e la segregazione, mescolando gli spazi delle comunità, distribuendo le densità imponendo non solo nuovi standard per gli alloggi degli operai (i labor camp, rigorosamente recintati e sorvegliati, che oggi arrivano ad ospitare anche 8 uomini in una stanza) ma mirando al loro stesso superamento, in una nuova forma di città capace di accogliere abitanti piuttosto che di ospitare lavoratori temporanei.

Per questo, lo spazio più vivo e bello di questa città è oggi il sistema di parchi e di percorsi che si allunga per otto chilometri dalle colline artificiali del grande parco del Museo dell’Arte Islamica, attraverso il semicerchio perfetto della passeggiata pedonale della Corniche, sino all’area appena inaugurata del parco progettato da Arup di fronte al sempre imponente Sheraton Hotel: un sistema di prati, colline, giardini fioriti, aree giochi, fontane e vasche d’acqua a più livelli, su cui svettano i grattacieli di West Bay. È lungo questa sequenza di spazi pubblici che il venerdì e il sabato migliaia di famiglie e di lavoratori, si riversano sui prati, apparecchiando pic-nic, partite di calcio e cricket, disegnando le mani o giocando nelle fontane. E per un attimo Doha diventa davvero una grande città.

About Doha in this blog:

Abitare Doha

The New Sheraton Park’s Blue Gold

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About paesaggisensibili

Architect and senior fellow of the McLuhan Program in Culture and Technology of Toronto University, I'm a member of the board of directors of the Italian National Institute of Architecture (IN/ARCH) in Rome, where since 2003 I am in charge of the Institute Master Programs. My studies are rooted in the fields of architecture and philosophy of science with a special interest in biology and anthropology. Key words for my research are: Man, Space, Nature, Technique, Webness, Ecology, Relations, Interactions, Resources, Energy, Landscape, Footprint, Past and Future. My goal is to build critical understanding of the present to suggest useful strategies to build the future.

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