Scicli: storie di spazi

Questi testi sono stati scritti durante Storie di spazi. Laboratorio di scrittura e movimento a Scicli, tra San Bartolomeo e Chiafura. Il laboratorio coordinato da Marialuisa Palumbo è avvenuto nell’ambito del festival Croce e Delizie a cura di Nunzio Massimo Nifosi.

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La Forma Urbis, di Viviana Pitrolo

Scicli, “la città dei tre valloni”, definizione storica della città che sintetizza l’immagine urbana ed il suo stretto rapporto con il paesaggio circostante.
A Scicli esiste un rapporto molto stretto tra l’abitato, la città, la quotidianità ed il paesaggio che la circonda. Il paesaggio costituisce un limite fisico ben visibile; da qualsiasi parte si rivolge lo sguardo, non si può non percepire come nel tempo la città si sia adagiata, rispettosamente, sui luoghi in cui si è scelto di fare il primo insediamento, il colle San Matteo.
Qui nasce Scicli, una città fortificata, ben arroccata sul suo colle da cui si apprezza uno dei panorami più belli della città e del suo paesaggio e lo sguardo arriva fino al mare. Un luogo ben protetto il colle, un tempo delimitato da due corsi d’acqua a regime torrentizio, un tempo fonte di vita oggi divenuti sedi viarie e parcheggi.
Le case si adagiano sul colle, seguono sinuosamente le curve di livello, talvolta scavano la roccia e si mimetizzano con essa, creando un incastellamento di grotte – abitazioni con la loro piccola facciata di muratura di conci di pietra locale, dalla ordinata composizione degli elementi sul prospetto.
A dominare il tutto l’imponente fabbrica della chiesa di San Matteo, la chiesa madre della Scicli medievale, oggi immagine iconografica della Scicli che è uscita dai suoi confini provinciali rivolgendosi all’Europa inizialmente come la Vigata cinematografica di Montalbano, poi come gioiello tardobarocco degli Iblei.
Tardobarocco, un termine che fa riferimento ad un’epoca storica, un linguaggio artistico ed architettonico ed anche un segno urbanistico che ha fortemente influenzato la “forma urbis” e ha dato vita alla città che tutti oggi apprezziamo. Un evento storico che ha segnato la fine di tuto quello che Scicli era stata fisicamente e storicamente durante il medioevo e l’inizio della città rinascimentale: il terremoto del 1693. Da quella data Scicli ha cambiato volto ed ha cambiato luoghi, si è spostata a valle ed ha allargato i propri confini pur non abbandonando gli antichi luoghi, le grotte, ricostruendo case. L’antica matrice fu ricostruita, ma molte altre chiese furono costruite; fabbriche imponenti, monumenti appunto, che tutt’oggi spiccano nel paesaggio urbano e costituiscono dei punti di riferimento fisico e toponomastico, così come lo furono in passato influenzando nel loro intorno, il sorgere della nuova città.
Nella discesa a valle si passò da un’edilizia minuta, semplice dal punto di vista della funzionalità degli spazi interni, legata ad uno stile di vita che possiamo definire rurale, ad una edilizia evoluta che prende le forme di un vero e proprio palazzetto, in cui la cura per il decoro e l’armonia compositiva non erano tralasciati. Le fabbriche più belle le ritroviamo dunque lungo i margini dei torrenti che solcano Scicli antica e che ne hanno segnata la “forma” e la vita sociale, luogo di aggregazione per quanti al torrente andavano per attingere acqua o lavare i panni, e lungo le arterie principali che, attraversando la città, la mettevano in comunicazione con la fascia costiera a sud, e con la vicina città di Modica a Nord.
Nel suo espandersi Scicli si è molto compattata. Ha visto crescere quartieri densamente abitati, fatti di piccole case, alte non più di due piani, che prospettano su strette vie che formano un’orditura secondaria alle grandi arterie di attraversamento della città e del territorio limitrofo. Questo aspetto urbano nel tempo ha subito una profonda lacerazione pianificata: la città, nell’800, per motivi legati alla salubrità dei luoghi, ha subito degli sventramenti che hanno dato vita alle arterie viarie della città moderna e contemporanea e che hanno creato un limite fisico agli antichi quartieri della valle.
Lo stesso fenomeno non si è verificato nei quartieri adagiati lungo le pendici degli altri due colli che racchiudono nella parte nord orientale e sud orientale la città: il colle della Croce, sormontato dall’imponente fabbrica del convento di Santa Maria della Croce (raro esempio di architettura tardogotica rimasta in piedi dopo il sisma del 1693, ed il colle del Rosario, anche questo caratterizzato dalla grande fabbrica dell’omonimo convento.
Vista con gli occhi di un visitatore contemporaneo questa parte di città un tempo doveva essere un luogo difficile da vivere. L’abitato qui si sviluppa trasversalmente le pendici del colle. Le abitazioni si susseguono lungo strette vie pedonali molto spesso gradinate.
Sono quartieri il cui carattere urbano si va perdendo man mano che si sale verso l’alto e lascia spazio alla natura con i suoi percorsi, le sue grotte.
Sono quartieri che hanno subito il ciclico processo, comune ad altre città, dell’abbandono dei proprio abitanti che hanno preferito andare a vivere in siti più agevoli, e sono stati popolati dalle piccole comunità di stranieri provenienti dal nord ‘Africa o dall’est europeo e che qui vivono come in un ghetto. Sono i nuovi sciclitani.
Dinamiche sociali diverse si sono verificate per la porzione di abitato cresciuto sotto il colle San Matteo. Anche in questo caso si parla di “nuovi sciclitani” proveniente del nord est italiano o da altre città europee. Gran parte del costruito è stato ristrutturato e questa parte di città ha ripreso a vivere, ad essere popolata anche se stagionalmente, dai turisti che di Scicli si sono innamorati.

 1.jpgFoto di Luigi Nifosi

La memoria di Chiafura, di Gianni Implatini

Camminare per Scicli: dalla collina della Croce giù per il quartiere San Giuseppe, poi da Piazza Italia e San Bartolomeo su fino a Chiafura, quindi San Matteo e di nuovo giù in paese. Per me un tuffo nella memoria.
Un itinerario che ha toccato i luoghi che considero il punto di partenza della mia vita: San Giuseppe e la collina di San Matteo. Quei luoghi dove i miei genitori sono nati e cresciuti e che sono stati parte della mia vita, dai ricordi d’infanzia agli studi universitari.
San Giuseppe è un quartiere ai piedi della collina della Croce, delimitato dalla strada che porta il suo stesso nome, via San Giuseppe appunto, da cui si dipartono tante viuzze trasversali che salgono su fino all’Alto Bello, così chiamato perché era il posto più alto ed aveva una bella visuale sulla città.
Viuzze caratterizzate da abitazioni fitte, percorribili soltanto a piedi, che gli sciclitani e in particolare gli abitanti del posto, “i san giuseppari”, chiamavano “vaneddi”.
Ogni vanedda percorsa mi ha riportato ai tempi in cui con miei genitori andavamo la domenica a far visita ai parenti che vivevano in quel quartiere. Lo stesso odore di muffa e chiuso, le stesse sensazioni, gli stessi scenari di allora, come se lì il tempo si fosse fermato.
E ho provato poi a rivederli con altri occhi quegli stessi posti, immaginando la vita del quartiere attraverso la lente dei tanti racconti di mia madre. Racconti di una vita vissuta e condivisa in quelle vanedde, dove le sere d’estate all’imbrunire dalle porte venivano fuori le sedie e lì si restava a chiacchierare; dove il sabato sera le case di chi possedeva il televisore diventavano luogo di riunione per vedere il “varietà”; dove all’improvviso saltava fuori un giradischi che riempiva e animava la vanedda di musica e balli.
Spostandomi verso Chiafura e il colle di San Matteo, cambiano le sensazioni e le emozioni, per un luogo che ha accompagnato diverse fasi della mia vita. Nell’infanzia era il luogo di mio padre, quello dove era cresciuto, quello dei suoi ricordi. Nell’adolescenza è stato il luogo della “trasgressione” dove rifugiarsi quando marinavamo la scuola in gruppo e ci avventuravamo su per i raffi (così vengono denominati i percorsi) e ci addentravamo nelle grotte. È stato infine luogo di studi.
Un interesse per il colle nato in realtà già ai tempi della scuola media quando con la professoressa di educazione tecnica facemmo una ricerca su Chiafura, raccogliendo testimonianze dirette sulla vita che si trascorreva e andando sui luoghi per toccare con mano quanto ci era stato raccontato. Mi ricordo che la sera prima ne parlai a casa, e mio padre mi spiegò dove abitasse da giovane. Il giorno dopo durante la visita andai in via Bauso, cercando il posto che mi aveva spiegato e provando a immaginare dove e come vivesse. Non sono certo di averlo trovato.
Durante il periodo accademico, da studente di architettura, feci poi alcuni studi su quest’area che andavano dalle chiese, ai percorsi, alla vegetazione rupestre.
Tutt’ora il colle è uno dei miei luoghi preferiti dove andare con gli amici per chiacchierare o dove trovare un angolo di serenità.
La mia speranza è che questo posto torni a vivere, che non resti un luogo lontano dai circuiti turistici, ma che piuttosto sia valorizzato divenendo luogo di fruizione e parte integrante della vita sociale e culturale del paese.

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Oltre le grotte. Chiafura come idea di comunità
, di Roberto Sammito

Si possono scegliere numerose strade per riannodare i fili della memoria e raccontare la storia di Chiafura e delle sue grotte. Potremmo raccontare la storia millenaria di queste pietre, le vicende private di chi ha abitato le grotte, o potremmo anche scegliere di dedicare la nostra attenzione alla Questione Chiafura e al movimento di lotta per la casa.
Alcuni potrebbero trovare interessante riportare alla luce i motivi che hanno escluso a lungo il quartiere rupestre dalla storia recente di Scicli, altri gli affanni degli amministratori locali divisi tra i «sarebbe bello» e i «non ci sono i soldi». Altri ancora si potrebbero affidare ai racconti di scrittori e giornalisti.
Qualsiasi strada sceglieremo dovremo fare i conti con un luogo che ha una storia complessa, e a tratti non risolta, che oggi oscilla tra il timori di crolli e le prospettive turistiche. In mezzo rimane un passato che vale la pena ricordare e riannodare con le nuove esigenze di Scicli.
Nelle poche righe che abbiamo a disposizione non possiamo raccontare tutte le storie di Chiafura, possiamo però coglierne le specificità e leggerne gli insegnamenti e le analogie con l’oggi. Possiamo, sinteticamente, provare a capire cosa è stato per Scicli, cosa rappresenta oggi e cosa può essere.
Chiafura e Scicli dagli anni Cinquanta ad oggi.
Chiafura è un caso unico in Sicilia, ha una storia molto simile a quella dei Sassi di Matera ma diversa dagli aggrottati dei comuni vicini. Se pensiamo a Modica e all’aggrottato sul colle del Monserrato, abitato fino agli anni Settanta, non possiamo non coglierne le profonde differenze. Se a Scicli negli anni Cinquanta nacque una Questione Chiafura e un movimento di lotta per la casa questo non si registrò nella Città della Contea dove gli amministratori ritennero di non dover intervenire perché l’abitare in grotta era considerato un fenomeno legato semplicemente alla povertà e si sarebbe risolto da solo con il miglioramento delle condizioni economiche.
A Scicli, invece, le grotte erano una «vergogna nazionale» e «gridavano vendetta al cospetto di Dio». Negli anni Cinquanta non era più tollerabile la vita in questi «tuguri» e per ciò amministratori, intellettuali, chiafurari e cittadini diedero vita ad una grande battaglia, piena di difficoltà e contraddizioni, che portò all’abbandono delle grotte negli anni Sessanta e al trasferimento degli aggrottati nelle case popolari costruite nel nuovo quartiere di Jungi.

Le grotte di Chiafura oggi giacciono nel costone roccioso sotto San Matteo e attendono di conoscere il loro destino. Il quartiere rupestre è oggi considerato dai più un luogo della memoria, un possibile parco archeologico che può ampliare l’offerta turistica della città. Chiafura può essere anche il punto di partenza se si vuole comprendere l’evoluzione dell’abitato di Scicli e soprattutto del quartiere di Jungi, l’immediata periferia del centro storico.

Chiafura è tutto questo ma è anche altro, è la storia di una comunità e della sua lotta per la casa. Se guardiamo alla storia di Scicli degli ultimi sessant’anni ci rendiamo conto come la vicenda di Chiafura rappresenta la più grande battaglia sociale che la comunità cittadina ha combattuto dal secondo dopoguerra ad oggi. Sebbene non ci siano più emergenze della stessa gravità, è possibile rintracciare nel tessuto sociale del paese alcuni conflitti e criticità: su tutti la crisi che interessa il settore agricolo ma anche il timore che il territorio ritorni ad essere sede di discariche di rifiuti.

Se in passato la comunità compatta lottò e si interessò dei problemi di chi non aveva casa e viveva in grotta oggi non accade lo stesso per quanto riguarda la crisi, ormai sistemica, che attraversa il settore agricolo.

Nonostante si parli sempre più spesso dello sviluppo turistico e culturale di Scicli, non bisogna dimenticare che il settore economico principale rimane quello agricolo. Dagli anni Settanta le coltivazioni in serra rappresentano la principale fonte di reddito per una grande fetta di sciclitani. Oggi, a distanza di quarant’anni, il settore vive una profonda crisi: per i lavoratori agricoli (operai e imprenditori) le prospettive sono sempre più fosche ma nonostante ciò il problema entra raramente nel dibattito pubblico.

Le aziende del territorio sono tutte piccole e medie imprese spesso schiacciate dalla forza della grande distribuzione che ha gioco facile in un contesto frammentato e da sempre lontano dalle logiche di cooperazione. Il pubblico latita e non esiste una comunità compatta.

In questo scenario si è inserito il Movimento dei Forconi unico recente tentativo di riunire i lavoratori del settore agricolo. Il movimento è riuscito a raccogliere la disperazione della gente canalizzandola in una protesta tanto grande e eclatante quanto scellerata e controproducente. Oggi, il Movimento dei Forconi non rappresenta gli agricoltori, vive di sporadiche azioni, a volte risolutive altre meno, in difesa delle famiglie ragusane sotto sfratto. Durante le loro manifestazioni sventolano spesso bandiere di Noi con Salvini, si odono slogan e frasi fatte ma nessun progetto che possa essere portato avanti per alleviare la crisi del sistema agricolo.

I temi del lavoro e del benessere sociale, in passato molto cari alla sinistra, sono oggi alla ricerca di una bandiera, di un movimento che li faccia nuovamente propri. Se c’è un insegnamento che possiamo trarre dalla storia recente e dalla Questione Chiafura è che la comunità può, e deve, farsi carico di questi problemi per tentare di risolverli insieme.

Probabilmente non tutto è perso, anzi. Forse il senso di comunità è solo sopito, non scomparso. Fa ben sperare il movimento di protesta che solo pochi mesi fa ha attraversato Scicli e ha portato in strada circa cinquemila cittadini per dire no ad una discarica di rifiuti speciali. Una scintilla ha riacceso la voglia di lottare per il bene comune, ora deve essere alimentata.

Forse dalla storia di Chiafura possiamo anche ricevere una lezione sull’essere comunità. Chiafura è quindi luogo della memoria, possibile parco, attrazione turistica ma anche modello di comunità. I problemi e le sfide della città sono diversi rispetto al passato, non ci sono più chiafurari e il problema della casa è stato superato.

Oggi, se volessimo trovare un “chiafuraro” non dovremmo cercarlo in una grotta, dovremmo andare dentro una serra dove troveremmo un Giuseppe, un Mohamed o un Erjon e con loro porci il problema sul futuro del settore agricolo. Magari ispirandosi alla lotta dei chiafurari.

 4.jpg Carlo Levi a Chiafura, foto di Egidio Vaccaro

Camminamenti, di Alessandro Lutri

1. Camminando nel XX sec.

Ho iniziato a muovere i primi passi sui due fronti del colle di San Matteo, tra le rovine dell’omonima chiesa e tra le grotte dell’abitato rupestre di Chiafura nel xx sec., precisamente intorno alla metà degli anni Settanta, quando da adolescente passavo insieme alla mia famiglia due-tre settimane delle vacanze estive nella storica casa di campagna paterna di Torre palombo, sita nella contrada alle spalle del colle. Durante questi periodi di vacanza mio padre ogni anno portava me, mio fratello più grande Ignazio e altri membri della sua famiglia che vivevano nella adiacente casa a fare una passeggiata tra queste rovine, narrandoci vicende e aneddoti della sua gioventù passata a contatto con quel mondo contadino da noi lontano, non solo nel tempo ma anche nello spazio della vita sociale. In verità negli anni Settanta riuscivamo ancora a fare un po’ di esperienza di vita contadina, per via del fatto che passavamo quelle vacanze entro una casa non così tanto diversa da quelle dei sottostanti contadini (assenza di acqua corrente e il bagno sulla terrazza), sia giocando con alcuni dei figli dei contadini. Insomma la distanza c’era ma a quell’età noi cercavamo in ogni modo di annullarla, tante erano le cose che i figli dei contadini facevano conoscere (vita in strada e sugli alberi, il rapporto intimo con gli animali) a noi bambini e ragazzi di città.

Queste passeggiate erano animate dalle storie di personaggi del mondo della campagna, i quali per bocca delle narrazioni di mio padre prendevano vita dentro la mia mente, annientando per un pò la distanza da loro. Le visite nei dintorni della chiesa di san Matteo non contemplava solo la veduta di quei resti caduchi d’architettura sacra del passato, ma anche una visita tra i resti umani ossificati posti entro le tombe collettive poste ai piedi della facciata a sud-ovest. Era un gioco gioioso per noi ragazzi che venivamo dalla città (prima Roma e poi Catania) avventurarci tra quelle rovine del passato, in cui tra quelle dell’abitato rupestre di Chiafura avevano abitato sino a due decenni prima degli sciclitani che, a seguito del loro abbandono sanciranno agli inizi degli anni Sessanta la morte della vita tra quelle abitazioni in grotta.
Come un nocchiero mio padre ci faceva da guida tra quest’ultime rovine, indicandoci sia le grotte in cui durante i bombardamenti aerei del secondo conflitto mondiale si andava a rifugiare insieme alla sua famiglia, sia quelle in cui vivevano alcune di quelle persone in cui si recava a prendere alcuni dei prodotti del lavoro contadino come la ricotta o altri ancora. Entravamo in quelle grotte cercando di ritrovare i volti e le voci di quegli abitanti che solo sino a qualche anno prima avevano vissuto lì dentro, cercando di capire come si potesse svolgere la vita lì dentro, in cui uomini e bestie vivevano gli uni accanto agli altri e in cui le persone costituivano una comunità di mutuo aiuto.
Ogni anno aspettavo quelle settimane di vacanza in campagna, in attesa che mio padre in uno dei pomeriggi ci portasse a camminare tra quelle rovine, per fare esperienza insieme a lui della memoria di quei luoghi che hanno tanto segnato la vita di Scicli sino al recente passato, quando a seguito della morte di Chiafura con l’abbandono dei suoi abitanti in grotta è nato il quartiere periferico di Jungi, in cui molto chiafurari che vi andarono ad abitare, furono trasformati dagli sciclitani che vivevano nel centro storico in “mao-mao”, un appellativo con cui si soleva indicare “i selvaggi di Jungi”, in quanto ex abitanti di Chiafura.
Anno Ottanta e Novanta Scicli conservava ancora la sua chiara identità di comunità rurale, che dagli anni Settanta però aveva conosciuto la modernizzazione delle sue attività agricole con le produzioni al chiuso nelle Serre degli ortaggi, che faranno la fortuna di piccoli e medi imprenditori agricoli. Un’identità per diversi anni ha segnato anche le mie radici paesane, essendo nato Scicli, che nei confronti dei miei amici di città non mi vivevo molto bene.

2. Camminando nel XXI sec.

Ho ripreso a camminare tra le rovine dell’abitato rupestre di Chiafura nei primi anni del nuovo millennio, quando con un lo sguardo di un giovane antropologo formatosi all’università di Siena anche allo studio del mondo contadino, stavo iniziando a muovere i primi passi nel mondo accademico universitario catanese. Partecipando a un convegno paesaggistico organizzato da dei geografi a Ragusa, io insieme a mio fratello Ignazio e a un amico storico del paesaggio di Catania presentammo un progetto di Museo del paesaggio ibleo, avvicinandoci a quella civiltà rupestre che ha profondamente segnato il disegno del paesaggio agrario in questa parte della Sicilia sud-orientale.
In quegli anni sotto i miei occhi avveniva la significativa trasformazione di Scicli, da paese rurale a meta turistica a seguito sia del riconoscimento UNESCO per il suo patrimonio artistico e architettonico tardo barocco, insieme a altri comuni siciliani dello storico “Val di Noto” distrutti dal terremoto del 1693, che della successiva esposizione mediatica dei suoi luoghi come sfondo delle avventure del commissario nazionale, Montalbano. Una trasformazione che nei primi tempi ha prodotto la contrapposizione tra i turisti interessati alle bellezze monumentali sciclitane (chiese e palazzi) dichiarati patrimonio dell’umanità,  ei turisti interessati ai luoghi di Montalbano che mi chiedevano i nomi televisivi di quegli stessi luoghi sciclitani in cui io avevo difficoltà a ritrovarmici non essendo stato un assiduo visore degli episodi televisivi del commissario.

Io e Ignazio fummo contattati da un assessore al territorio di Scicli per partecipare a un bando regionale del POR Sicilia 2000-2006, chiedendoci di realizzare un progetto per la realizzazione di un Parco-museo sul colle di San Matteo. Entusiasti di questa richiesta, proponemmo di iniziare il recupero partendo proprio dall’abitato rupestre di Chiafura, su cui si era originata la città di Scicli. Fu l’inizio di una nuova avventura e di nuovi camminamenti tra quelle rovine, andando alla ricerca dei segni storici e antropologici di una vita umana strutturatesi a stretto contatto con l’ambiente roccioso circostante, che avevano disegnato un paesaggio architettonico e umano del tutto singolare per quel che riguarda la storia di questa parte della Sicilia.
Eravamo animati da tante aspettative e ci adoperammo tanto sin da subito cercare di dar vita dal punto di vista museografico a un museo di tipo paesaggistico e non a un museo collezione di tipo archeologico, ricostruendo fittiziamente ambienti di vita all’interno delle grotte.
Trovammo molto materiale storico di vario tipo che ci avrebbe permesso di ricostruire quella cultura dell’abitare che nell’area mediterranea caratterizzo la vita delle popolazioni tra il VII-VIII sec., mostrando così le origini rupestri di Scicli. Origini che nella memoria degli sciclitani sono state incorporate per il tramite delle umili condizioni di vita dei chiafurari che vivevano nelle grotte di Chiafura, da loro conosciute sino agli anni Sessanta.
Sulla scia di un primo episodio di trasformazione di Chiafura da “luogo dellal vergogna” a “luogo di memoria” attuato negli anni Ottanta da alcuni dei membri del locale “Movimento culturale Vitaliano Brancati”, cercammo la partecipazione di alcuni degli ex-abitanti di Chiafura, facendoci raccontare le loro esperienze di vità in quell’abitato rupestre. L’esperienza di progettazione fu segnata da molteplici camminamenti tra le grotte, insieme a storici e archeologi che ci aiutarono a leggere i segni delle più antiche presenze umane sul colle di San Matteo. Il lavoro presentato fu premiato con il finanziamento della proposta museale, procedendo al recupero degli ambienti abitativi in grotta e dei percorsi di comunicazione, ultimato alla fine del primo decennio. Mese dopo mese ai nostri occhi Chiafura stava lentamente riprendendo vita, e per alcuni degli ex-abitanti ciò era incredibile, aiutandoci nel nostro lavoro di trasformazione in “luogo delle memoria” che era stato già avviato localmente pochi anni prima. Sperimentavamo i primi accenni di una certa partecipazione sociale, speranzosi che quest’importante opera a cantiere di recupero ultimato continuasse quando il Museo di Chiafura avrebbe aperto avviando le sue attività didattiche e museali. Ci impegnammo tanto a cercare di dar nuova vita a Chiafura, ma le nostre attese dopo che il cantiere fu ultimato iniziarono a svanire quando iniziammo a constatare che, sulla scia della rinascita barocca di Scicli e della mediatica montalbanizzazione turistica dei suoi luoghi, le successive amministrazioni comunali iniziarono a fare calare un nuovo sipario sulla scena di Chiafura. Constatavamo con nostro grande disappunrto e dispiacere il poco interesse politico per quel progetto museale finanziato, che attendeva il completamento dell’allestimento museale e la sua apertura e gestione. Per un certo periodo, dopo aver posto i cancelli per l’accesso all’area dell’abitato di Chiafura, fummo preclusi ai nostri ripetuti camminamenti tra le grotte, i “raffi” e le “lenze”. Scicli tornò a volgere nuovamente le spalle al colle di San Matteo ed a Chiafura, consegnando i suoi luoghi alla rappresentazione mediatica di Montalbano. Ci siamo affacciati a Chiafura solo dall’alto del colle.

All’inizio del mese di agosto mio fratello Ignazio mi segnala l’organizzazione di quest’iniziativa di laboratorio di scrittura, chiedendomi sia se conoscevo qualche sciclitano interessato a prendervi parte sia se io stesso vi prendessi parte. Oltre a segnalare i nominativi di alcuni giovani sciclitani che avendo studiato la storia di Chiafura ho ritenuto che potevano essere interessati a partecipare all’iniziativa, ho accolto io stesso con tanto piacere l’invito a parteciparvi, dandomi l’opportunità di riprendere i miei camminamenti a Chiafura, in compagnia anche di alcuni giovani sciclitani che conoscevano molto poco i suo i luoghi, appartenendo alla generazione della Scicli barocca e di Montalbano.

Per quanto continuo a credere ancora alle potenzialità didattico-museali che il Museo archeologico e antropologico di Chiafura possiede, ma anche di tipo ambientale dell’intero colle, sia per la comunità sciclitana sia per alcuni di quei tanti turisti che sempre più la affollano, asssisto un po’ impotente al disinteresse politico nei loro confronti, attendendo speranzoso che a entrambi questi “luoghi di memoria” sia data una vuota tornando a camminarci.

Archivio Santospagnuolo_Fotor.jpg Foto archivio SantoSpagnuolo


Far rivivere Chiafura
, di Roberta Ficili

Il mio essere sciclitana, nata vissuta qui e orgogliosa promotrice, laddove ne ho occasione, della mia città, è uno status recente, che via via che si consolida fa emergere in maniera chiara come la mia conoscenza dei luoghi sia spesso più una sequenza di nozioni storiografiche con non un complesso bagaglio di informazioni legate alla mia esperienza diretta dei luoghi.
Non sono purtroppo una mosca bianca, non l’unica che ignora cosa siano i raffi di Chiafura o che scopre per caso che lo scorcio distrattamente visto in foto si trovi sotto il proprio naso. E se ciò è ammissibile da bambini e abitanti stagionali, non lo è certo superata la maggiore età.
Nel mio status entro a Chiafura di primo acchito come turista, che guarda osserva indaga, per poi scoprire pian piano in questi terrazzamenti una componente dell’esserne abitante, che si manifesta in un gesto naturale e quotidiano come quello di fermarsi sotto un albero a chiacchierare, condividere pensieri e punti di vista. Questa dimensione mi era mancata in tenera età perché schiacciata dal pregiudizio, dall’etichettare Chiafura e l’universo che a circonda come arretrato e “preistorico” , demonizzato e allontanato. e questa distorsione della mia visione si è consolidata per la mancanza di una controparte che ne prendesse le difese, soprattutto per diversità di contesto sociale e di ambiente quotidiano, più legato alla vita “a valle”, distante.
Nell’evoluzione dell’infanzia attuale, sempre più hi-tech che di “vanedda”, inteso come luogo formativo educativo e spensierato, quest’assurdità rischia di prendere l’aspetto di regolarità, non più di anomalia.
Ad oggi dunque non vivo l’emozione di entrare a Chiafura e lasciare fluire alla mente i ricordi legati alle immagini e ai profumi di giochi, amicizie, ma creo sensazioni ex novo, filtrate ed alterate dal mio seppur ancora breve vissuto. Mancheranno sempre di quella componente ingenua e curiosa che hanno i bambini e che fa incidere indelebilmente tutto ciò nell’animo. Riappropriarsi dei luoghi non può configurarsi qui come solo un facilitarne l’afflusso turistico. In Chiafura vuol dire ricreare quel legame viscerale che si insinua e consolida nel vissuto quotidiano, che si sta irrimediabilmente perdendo.
Mentre con l’adiacente San Matteo il legame ed il senso di appartenenza sono solidi e cementati già da piccoli in più contesti, a partire da quello scolastico, ciò raramente accade per il vecchio abitato. Difficilmente in queste condizioni riesco ad immaginare un riuso di Chiafura, lo vedo quasi utopico.
Incrociando tanti turisti che chiedono informazioni, mentre per i luoghi “propri” della città sono guidati e rassicurati anche quando invitati a percorrere le vie più impervie, allo stato attuale per Chiafura”(assumendo per assurdo che ne abbiano sentito parlare) si sentirebbero scoraggiare, immaginerebbero un luogo buio, in decadimento, inaccessibile. D’altronde, l’ospite lo si porta a visitare gli ambienti più attraenti della propria casa, difficilmente li si invita a guardare la desolazione nel retro dell’edificio.
Far rivivere Chiafura implica il coinvolgimento dei ragazzi, piantare nel loro animo quel senso di appartenenza ai luoghi che gradualmente cresca stimolandoli ad arginare l’agonia di quello che un tempo era centro vitale, nucleo di vita frenetico e pulsante, densamente animato da tanti cuori racchiusi in una piccola grotta; scacciare i vecchi fantasmi di ieri, rendendoli gentili coinquilini di nuovi padroni. Solo in questo modo, innescando un processo che parta dal basso (che ironia della sorte è proprio il luogo della città nuova), l’abitato di Chiafura porterebbe tornare ad avere un ruolo di luogo della città; in qualunque altro modo resterebbe un intervento dall’alto, calato ed imposto, trasformando un brano di Scicli ancora una volta in un ghetto fuori il “muro della vergogna”.

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Un contrasto di emozioni, di Stefania Allibrio

Il pensiero che l’uomo possa vivere in grotta risulta lontano dalla nostra visione razionale e sociale, più forse per una mancanza di servizi e comodità a cui adesso non riusciremmo a rinunciare.
 Eppure fino a non molto tempo fa gran parte del centro storico di Scicli pullulava di vita rupestre, di vita collettiva. Una comunità attrezzata con l’indispensabile alloggiava in grotte piccolissime insieme ad animali domestici e non.
Grotte inizialmente semplici e via via sempre più simili ad abitazioni, con setti murari o zone soppalcate, nicchie di contenimento o semplicemente serramenti di chiusura ed infine l’elettricità. Acqua ed acque reflue restarono ancora per molto tempo dei problemi da superare.
In un paesino del mediterraneo risultava normale attrezzarsi e rifugiarsi in grotta, sia per motivi di difesa sulla sommità di un colle che per comodità lungo un torrente.
 Ma così come in altri casi l’uomo si è adattato e pian piano evoluto nel tempo soprattutto modificando il contesto.
In questo caso l’evoluzione e la crescita di Scicli in termini urbanistici, ma soprattutto sociali ha comportato l’abbandono delle unità abitative di Chiafura e questo non solo per questioni igienico-sanitarie a limite in cui vivevano i “Chiafurari” fino agli anni ’60, ma soprattutto per evoluzioni sociali.
La comunità, infatti, che inizialmente viveva in totale collaborazione, si sfalda davanti alla crescita economica creando una scissione dei diversi ceti sociali.
 Da qui in poi la piccola borghesia inizia a guardare con occhio critico gli abitanti di Chiafura, al punto di ritenerli una vergogna.
 In una condizione di esistenza l’uomo e la natura hanno cooperato fino a non molto tempo fa, e questa passeggiata alla riscoperta di un luogo passato ha fatto rivivere in me, anche se per poco, quella fiducia e speranza di riscatto per la natura.
In un’epoca quasi a limite dello sfruttamento delle risorse, Chiafura anche se in parte abbandonata, incolta, inagibile e invalicabile è per me un piccolo spazio temporale in cui la vita antropica in parte si è fermata e la natura ha fatto il suo corso al punto di diventare una cosa sola. 
E’ in questi luoghi che mi piace riscoprire come l’assenza di un semplice passi umano faccia esplodere una vita nuova in totale convivenza con quella passata.
 E’ questa resilienza che in questo caso dovremmo imitare, facendo rivivere la storia delle vecchie civiltà in questo luogo già pieno di vita e di storia.
 L’incontro con questo spazio è capace di suscitare in me sempre un contrasto di emozioni, che sfumano dalla rabbia per l’abbandono e la mancanza d’intervento di recupero ultimato, alla gioia e fiducia nella natura che riesce quasi sempre a rimediare alla mancanza di attenzione e valorizzazione da parte dell’uomo.
Sperare quindi che Chiafura possa diventare “museo di se stessa” non basterebbe a creare quella collaborazione naturale ed esistenziale che caratterizzava questo posto alla sua nascita.

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La vegetazione di Scicli e Chiafura, di William Inclimona

All’interno e nei dintorni di una città la vegetazione rappresenta una forma di decoro e di vetrina che ci fa capire l’importanza della città che stiamo visitando. Partendo dalla sommità del convento della croce si riesce ad avere una prospettiva visiva ampia su tutto il paese, anche se lo sguardo viene attirato subito dalla collina di San Matteo ed in particolare da Chiafura, un ambiente rupestre segnato da cave con lembi di vegetazione molto suggestiva. Guardando Chiafura dal convento della croce si rimane scioccati dalla bellezza, dalla purezza naturale che emana tale posto, sembra ritornare indietro nel tempo e rivivere le emozioni del pastorello di Vittorini. Sensazioni uniche. La prima cosa che ti viene in mente è “io voglio andarci”, voglio scoprire da vicino quel posto”, insomma diventa un amore a prima vista.

Bene, inizia il nostro cammino alla scoperta di Chiafura e dintorni.

La nostra passeggiata inizia dalla croce verso il sentiero del calvario “ U Crivaniu” e si nota subito la pietra calcarea lavorata a mano con i picconi, per addolcire le pendenze ripide del vallone, un lavoro immane e molto faticoso. Tra gli anfratti della roccia troviamo un poco di terra che ospita vegetazione spontanea rupicola in particolare il garofanino selvatico (Dyanthus rupicola) e il Trachelium caeruleum sups. lancelolatum endemismi del nostro territorio. Lungo il cammino si sprigiona un profumo intenso dovuto al calpestio della mentuccia selvatica (Calamintha nepeta) che suscita subito curiosità riportando alla memoria l’imprinting del paesaggio ibleo. Molto suggestiva la chiesetta della madonna della Croce che dopo pochi passi appare dinnanzi a noi. Scendendo lungo il sentiero si nota subito la presenza vegetazionale della fascia dell’Oleo-Ceratonion rappresentata in maniera particolare da esemplari di ulivo e carrubbo. Data la scarsità di terra i tronchi monopodiali assumono una forma sinuosa e contorta modellandosi alle rocce sottostanti tale da creare delle vere e proprie sculture all’ aperto. Frammiste ad esse esempi di gariga, steppa e macchia mediterranea (Pistacia lentiscus, Phillirea angustifolia, Euphorbia dendroides, Hipparenia hirta, Ampelodesmos mauritanicus, Asfodeli, Smyrnium perfoliatum – prezzemolo alessandrino ect).

Un po’ più in basso questa espressione di vegetazione cambia completamente a causa dell’ intervento della mano dell’uomo. Pini d’aleppo, cipressi, eucalipti testimoniano la presenza di rimboschimenti non consoni alla vegetazione attuale potenziale del luogo creando non poca disarmonia con il contesto ambientale; una testimonianza visibile viene data dalla mancanza di sottobosco al di sotto di tali piante.

Si arriva nel quartiere di San Giuseppe, molto suggestivo pieno di vicoli e soprattutto di balconi e davanzali con fioriere spartane e vasi a testimoniare che il legame con i fiori, i profumi è molto forte. Sosta refrigerante al chioschetto “Esagono” per noi sciclitani, e si riparte per Chiafura. Arrivati all’ingresso, Chiafura ci appare in tutta la sua maestosità, questa volta la guardiamo da vicino, dal basso verso l’ alto, e sembra alquanto imponente. Si inizia la salita lungo uno dei sentieri principali e subito si nota la presenza di una pianta in particolare che attira il nostro sguardo; è l’orchidea del mediterraneo, il famoso Cappero siciliano. Non ho mai visto una concentrazione così elevata di piante di capperi tale da rendere il sentiero unico ed affascinante. Se dovessi dargli un nome lo chiamerei il sentiero del cappero. A mano a mano che si sale i sentieri diventano più stretti e tortuosi e le grotte sempre più numerose. Oltre al cappero si trovano fichi d’india ed agavi americane ,esempi di vegetazione alloctona ben naturalizzati e contestualizzati con il territorio, quasi da farlo sembrare un vero e proprio presepe. Quando arriviamo nella parte alta di Chiafura notiamo che le abitazioni rupestri si trasformano, le grotte presentano davanti dei piccoli spazi a verde con carrubi, fichi d’ india ed alberelli di ulivo oltre a piccoli ricoveri per gli animali.

Giungendo nella parte alta della collina di San Matteo, si apre dinnanzi a noi un’ altra vista molto suggestiva su Scicli. Questa volta ammiriamo Scicli in direzione nord/ sud verso il mare. Subito dopo, dalla parte alta del castellaccio, ci affacciamo verso destra e notiamo la cava di Santa Maria la Nova, un paesaggio altrettanto incantevole. Il contesto vegetazionale cambia ulteriormente, una distesa di Boschi a Pino d’ Aleppo, molto bello ma sempre poco consono con l’ ambiente circostante. Infine dal colle di San Matteo scendiamo giù fino al quartiere di Santa Maria la nova e completiamo la nostra passeggiata nella grotta dei Marinero.

In conclusione si può affermare che in alcuni versanti (Santa Maria la nova e un po’ anche su sul Calvario), sarebbe opportuno programmare la dove necessario interventi adeguati per il ripristino e il restauro ambientale.

Ad esempio dall’analisi dei rimboschimenti a Pinus halepensis si è constatato che la diversità floristica all’interno di tali popolamenti risulta minima e che il suolo si presenta estremamente arido. Questi fattori non aiutano la vegetazione ad attuare un rinnovamento naturale ma ancor più favoriscono i numerosi schianti in conseguenza della senescenza dell’ impianto.

Questa specie sebbene sia spontanea in Sicilia e in alcune aree degli Iblei, qui è presente su superfici ad essa non idonee per le caratteristiche climatiche ed edafiche dell’ area.

L’azione di ripristino ambientale, qui potrebbe attuarsi con il taglio degli esemplari più vecchi e l’introduzione di suffrutici e arbusti della macchia propria dei luoghi. Ciò consentirebbe la ripresa delle condizioni naturali sia della vegetazione e di conseguenza anche del suolo. Procedendo in maniera graduale ed ordinata si potrebbe favorire il ritorno nel tempo della vegetazione climax costituita dalla macchia mediterranea, formazione che in epoche remote popolava tali aree.

About paesaggisensibili

Architect and senior fellow of the McLuhan Program in Culture and Technology of Toronto University, I'm a member of the board of directors of the Italian National Institute of Architecture (IN/ARCH) in Rome, where since 2003 I am in charge of the Institute Master Programs. My studies are rooted in the fields of architecture and philosophy of science with a special interest in biology and anthropology. Key words for my research are: Man, Space, Nature, Technique, Webness, Ecology, Relations, Interactions, Resources, Energy, Landscape, Footprint, Past and Future. My goal is to build critical understanding of the present to suggest useful strategies to build the future.

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