VERSO UN ECOSISTEMA URBANO

“Verso un ecosistema urbano” è stato presentato in occasione del convegno Bauhas Solar svoltosi ad Erfurt il 10-11 Novembre 2010 ed è stato pubblicato su Arch’it.

 

L’architettura (edificio o città) viene spesso pensata (e progettata) in termini di ingombri, metriquadri, volumetrie, confini murari, involucri e così via. É però ormai chiaro che questo modo di costruire o, in senso lato, di abitare, ha provocato danni enormi alla salute del pianeta. I segni vitali della terra, infatti, a partire dalla temperatura (il primo indicatore che noi stessi controlliamo quando abbiamo dubbi sul nostro stato di salute) e proseguendo con la qualità dell’aria, dell’acqua, del suolo, e della biodiversità, ci parlano di un crescente stato di crisi del pianeta.

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Parallelamente, analisi come il rapporto Stern confermano come circa l’80% delle emissioni nocive provenga dalle aree urbane che, divenute vere e proprie “isole di calore”, raggiungono punte di 4 o 5 gradi in più rispetto alle aree libere da edificazioni.

Non solo dunque abitiamo un pianeta malato, ma le città, forma prevalente del nostro abitare, sono una delle cause più evidenti di questa malattia. Le città infatti sono organismi sempre più affamati e asfittici, che richiedono un incredibile movimento di merci per alimentarle ed iniezioni di ossigeno per rendere la loro aria più vivibile e respirabile. A questa domanda di cibo ed aria fresca, si risponde trasportando tonnellate di merci da una parte all’altra del pianeta (producendo per il solo trasporto, imballaggio, deposito e smaltimento del cibo sino al 40% dell’impronta ecologica di una città), bruciando combustibili fossili o producendo pericolose ed imbarazzanti scorie nucleari, non facendo che aumentare il calore complessivo, nonché i conflitti sociali per l’accaparramento di risorse scarse e per la dismissione di rifiuti scomodi. Nel frattempo anche altre risorse primarie vengono ogni giorno irreversibilmente consumate e degradate: soprattutto, acqua, vegetazione e suolo.

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Se è vero che non abbiamo ancora una soluzione chiara per tutto questo, è evidente che una soluzione va però cercata. E che proprio da quanto appena detto è possibile ricavare le indicazioni fondamentali per capire in che direzione muoversi.

È evidente infatti che ciò che in primo luogo non ha funzionato è proprio l’idea di una architettura intensiva indipendente da un sistema di produzione alimentare e da un sistema di produzione di energia. Se questi infatti sono i bisogni primari dell’abitare (il riparo, inteso anche come vivere collettivo e comunitario, il cibo e l’energia) e a questi bisogni l’età moderna ha pensato di rispondere separando e distanziando fisicamente sempre più le varie funzioni, in una zonizzazione ancora più radicale di quella successivamente applicata alle così dette funzioni urbane (“abitare, lavorare, ricrearsi, circolare” secondo la Carta d’Atene), la sfida di oggi è riunificare ovvero pensare insieme, in modo sistemico, alle diverse esigenze dell’abitare.

Che cosa significa dunque questo “pensare insieme” dal punto di vista progettuale? Significa pensare che al di là delle specifiche ed occasionali richieste di programma (tot metriquadri con tot funzioni) il progetto debba partire da un meta-programma, generale e invariante: individuare una forma che metta in relazione vegetazione (spazio ri-generativo di risorse primarie quali cibo, aria ed acqua, biodiversità), riparo (spazio costruito, pubblico e privato) ed energia (sole, vento, calore della terra, biomassa), oltre che, ancor più in generale, uomini e natura, e uomini con uomini (abitanti, migranti, turisti, giovani, adulti, bambini e così via).

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Il progetto dunque come progetto di relazioni. Non in senso metaforico, ma in modo oggettivo e misurabile, poiché possiamo precisamente quantificare quanta radiazione solare un edificio (o un sistema urbano) cattura e trasforma in energia disponibile, così come quanta energia consuma, quanti alberi e superficie verde, produzione alimentare, depurazione e riuso dell’acqua sostiene (nelle vicinanze, sui suoi bordi o al suo interno), e come tutte queste cose sono connesse e legate insieme. Più difficile è valutare oggettivamente la capacità di una forma (cioè di una specifica conformazione dello spazio) di permettere e agevolare le relazioni sociali: difficile ma non impossibile considerando le forme d’uso che quello spazio innesca, forme di inclusione o di esclusione, forme che limitano o stimolano la possibilità di movimento, di incontro, di un uso collettivo (sostare, giocare, coltivare, trasformare…).

Progettare relazioni (e interazioni) piuttosto che confini significa un cambiamento di paradigma radicale nel nostro modo di costruire e di vivere: nel nostro modo di pensare l’architettura, come artefatto solido e inanimato, alternativo allo spazio naturale ed in continua trasformazione delle piante e degli animali, e di pensare la città come spazio abitativo, alternativo allo spazio produttivo della campagna e delle centrali di energia.

In questa prospettiva, a queste contrapposizioni forti si sostituisce una nuova realtà più ibrida e flessibile: un sistema di urbanizzazione debole e diffusa, una città-campagna e degli edifici-paesaggio, in cui le superfici dure e impermeabili del cemento, dell’asfalto e delle tegole vivono in stretta continuità con la superficie morbida e permeabile dei manti e delle pareti erbose e queste, a loro volta, vivono in continuità con apparati tecnologici avanzati in grado di captare e rendere disponibile l’energia diffusa dell’ambiente. Non si tratta di greenwashing, ma di un abitare-coltivare-allevare in cui ogni edificio è anche una centrale di produzione vegetale, elettrica e di trattamento e riciclo delle acque, rimesse in circolo per i servizi e l’irrigazione, in un sistema appunto di rinnovata continuità tra costruzione e vegetazione. Un sistema adatto a sostenere più vita della sola vita umana: non solo perché una specie vegetale ospita circa otto specie animali, ma perché animali grandi (cavalli, asini, mucche) e piccoli (animali da cortile) potrebbero in questo sistema trovare facilmente ospitalità in fattorie didattiche divenute parte integrante del tessuto urbano. Più vita significa dunque anche e fondamentalmente una miglior qualità della vita: perché più aree verdi significa più aree di gioco, più aree di relazione, più rapporto con gli elementi ed i cicli essenziali della vita, più sapori, colori, odori.

Una semplice parete ricoperta di gelsomino rampicante è un muro in grado di respirare, fiorire, profumare, ospitare farfalle, api, coccinelle, forme animali piccole ma importanti nel ciclo della vita.

Modello per questa forma di urbanizzazione debole non è più una città ideale e utopica ma l’unico esempio concreto che conosciamo di un sistema in grado di produrre benessere per un tempo infinito: la natura stessa, ovvero, i sistemi biologici, sistemi in grado di usare materia ed energia senza produrre rifiuti ma processi ciclici, catene circolari chiuse e continuamente ritornanti.

La natura dunque come modello e paradigma di una architettura che diviene organica attraverso il progetto di spazi vegetali, superfici verdi, orti, serre, boschi, giardini, disposti in prossimità, sopra, sotto, all’interno o sulla pelle stessa degli spazi costruiti, a demineralizzare, ossigenare, temperare, ottimizzare la vivibilità dell’interno e dell’intorno urbano, raccogliendo, depurando, riciclando le acque di scarico degli edifici stessi alimentando fertile suolo produttivo, habitat e nutrimento per altre forme di vita.

Questo progetto relazionale delinea però l’orizzonte di competenze nuove, oltre che naturalmente di un metodo che sappia integrare queste competenze. Infatti, se per progettare secondo natura occorre innanzitutto capire come funziona la natura e quali sono le questioni critiche delle forme attuali dell’abitare (dunque competenze di base che riguardano i concetti di ecologia, ecosistema, impronta ecologica, etc.), per progettare edifici e sistemi urbani energeticamente efficienti ed autosufficienti attraverso fonti rinnovabili occorrono competenze di bioclimatica, di impiantistica, di valutazione termo fluidodinamica e, ancora, per tracciare le linee guida di una nuova città-agricola occorrono competenze nel campo della produzione alimentare, della gestione delle acque e del paesaggio. Questo insieme di ingredienti va organizzato e gestito all’interno di un flusso di lavoro che non può che partire dalla concretezza e specificità di un territorio, per guardare però all’orizzonte più vasto del benessere della Terra che abitiamo.

La scala dell’intervento cambia il numero ma non la natura delle variabili, non i termini del problema. Che resta quello di stabilire una nuova forma di continuità tra natura e architettura, tra mondo biologico e spazio costruito.

Su queste basi teoriche sono nate successivamente due esperienze di formazione avanzata mirate a sperimentare queste idee sul terreno concreto della città: il Master in/arch in Progettista di Architetture Sostenibili e successivamente il Master IED in Sustainable Urban Design, rivolti l’uno ad indagare la scala dell’edificio e del suo rapporto con l’intorno urbano, l’altro la grande scala del progetto urbano. Nel primo caso (l’edificio) per rispondere al diffuso bisogno di recupero del patrimonio edilizio esistente, si è deciso di lavorare su un pezzo di città consolidata, operando una riqualificazione energetica ed architettonica di alcuni edifici residenziali all’interno di un’area in trasformazione della città, un quartiere chiamato Pigneto. Nel secondo caso si è scelto invece di progettare un nuovo quartiere, a partire da un programma di edificazione reale ma mettendone radicalmente in discussione modalità e consistenza: l’area è denominata Tor Pagnotta 2 e si trova al margine esterno del Grande Raccordo Anulare, in un territorio agricolo di grande valore paesaggistico e ambientale, dove è prevista (e già iniziata) la costruzione di un nuovo quartiere per circa 10.000 abitanti.

Contesti

Il Pigneto è un’area collocata ai margini della città storica, caratterizzata da un tessuto edilizio con stradine strette su cui si attesta una edificazione bassa di case unifamiliari o palazzine dei primi decenni del ‘900, con piccoli giardini su strada o cortili interni. La strada principale, via del Pigneto, è chiaramente l’asse portante del quartiere, con la sua dimensione più larga, marciapiedi alberati e piani terra con piccoli negozi, ed una serie continua di attività: mercato la mattina, luogo dello stare a giocare o chiacchierare nel pomeriggio, luogo di incontro giovanile per l’aperitivo e sino a notte fonda. Si tratta della tipica borgata popolare cresciuta in modo spontaneo nella prima metà del novecento (una dimensione ripetutamente narrata da Pasolini che ha spesso trovato qui i suoi protagonisti ed ambientato qui le loro vite) e densificata successivamente negli anni ’70 con nuovi edifici multipiano che rendono il tessuto poco omogeneo, nonostante complessivamente l’area abbia mantenuto il suo carattere quasi suburbano, con una forte tendenza alla modificazione spontanea e a legami comunitari forti. Per la sua vicinanza alla stazione e per la forte marginalità in cui si trovava ancora fino a pochi anni fa, il quartiere ospita una grande popolazione di immigrati di varie nazionalità che ne fanno uno dei quartieri più multietnici della città. Negli ultimi anni artisti e studenti hanno cominciato a trasferirsi nel quartiere innescando progressivamente un forte fenomeno di gentrificazione.

L’attività di progettazione è partita dunque proprio dalla lettura del territorio, delle sue caratteristiche fisiche e sociali, cercando di comprenderne potenzialità e criticità, per immaginare come intervenire per creare non solo una riqualificazione energetica degli edifici ma farne dei manifesti di un nuovo modo ecologico ovvero più profondamente relazionale di abitare.

In questo senso, gli edifici scelti come casi studio sono sempre stati ridisegnati in continuità con uno spazio pubblico antistante, con l’obiettivo di innescare nuove dinamiche nel contesto urbano, mentre all’interno dell’edificio sono sempre stati previsti nuovi spazi condivisi (spazi funzionali, terrazze, ballatoi) per rafforzare la dimensione condominiale ovvero la socialità dell’abitare.

Un progetto particolarmente significativo sul piano metodologico e dei risultati finali è Captazioni di Paola Composto, Daniela Dispoto e Margherita Pisano. L’edificio oggetto di studio è una palazzina di quattro piani in cemento armato degli anni ’50, una costruzione isolata sul margine di una piazza attualmente molto poco vissuta dagli abitanti.

Il vincolo proposto per l’intervento di retrofitting è la struttura portante a travi e pilastri, con la possibilità di sostituire o trasformare le facciate senza superare la distanza di 1,50mt dal sedime originario. Secondo le norme vigenti, è previsto un premio di cubatura del 20% per il recupero sostenibile dell’edificio, da distribuire sul tetto o sulle facciate.

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L’idea guida dell’intervento è quella di captare la vitalità ed in particolare la fitta trama di relazioni sociali che caratterizza il quartiere e di crearne di nuove laddove mancanti. E poiché dall’analisi del contesto emerge la presenza nelle vicinanze di diverse scuole per l’infanzia, si immagina di sfruttare questo polo aggregativo per rivitalizzare la piazza trasformandola in un luogo capace di offrire nuove attrattive per i bambini e per la didattica: un laboratorio all’aperto dove imparare un nuovo rapporto con la terra attraverso degli orti ed una serra, nuovi spazi produttivi dove coltivare relazioni, tra persone anche di fasce d’età diverse (per esempio bambini e anziani) ma anche tra esseri umani e natura. Per intervenire sull’edificio si decide di ridurre al minimo le demolizioni, così da ridurre gli scarti edilizi, e di riqualificare l’involucro tramite un rivestimento a cappotto e l’aggiunta di serre apribili sulla parete sud (studiate con Ecotec e Virtual Environment per valutare la posizione ottimale rispetto al sole ed ottimizzare il guadagno termico passivo). Per guadagnare volumetria abitativa, il distributivo viene invece spostato all’esterno e addossato alla parete nord, chiuso da una parete grigliata offerta come sostegno a verde rampicante. Dal punto di vista energetico, da un consumo iniziale di 136kWh/mq annui, l’edificio dopo la riqualificazione arriva ad un consumo di 22kWh/mq annui.

Il 20% di cubatura in più viene viene collocato sul tetto e realizzato con una struttura in legno ad alte prestazioni, con una copertura rivestita da fotovoltaico amorfo (65mq) che garantisce l’autosufficienza energetica di questo alloggio che si propone di destinare ad edilizia sociale (e la copertura dei consumi comuni dell’edificio). Questa addizione spaziale e tecnologica caratterizzata da una sorta di autonomia estetica e funzionale, si propone come un intervento tipo (modello?), potenzialmente ripetibile nel resto del quartiere.

Un altro progetto interessante è Interfacce di Lia Brisacani, Michele Caputo e Michele Dicembrino. In questo caso l’edificio oggetto di studio è una palazzina di quattro piani degli anni ’30 in muratura portante. Il fronte principale posto a sud si affaccia su uno spazio pubblico attualmente adibito a parcheggio ma che ospiterà in futuro l’accesso ad una delle nuove stazioni per la Metro. I vincoli per l’intervento di retrofitting sono la facciata nord, che non può essere modificata e quella sud, a cui possono essere apportate modifiche alle aperture. Le facciate est e ovest, attualmente cieche, possono essere sostituite o trasformate, con opportuni consolidamenti. Anche in questo caso il premio di cubatura per il recupero sostenibile dell’edificio è del 20%, da distribuire sul tetto o sulle facciate.

A partire dalla lettura dei flussi di movimento più significativi, e dai vincoli imposti sulle facciate maggiori, interpretate come due piani tra i quali lavorare, il progetto propone uno slittamento degli alloggi in direzione est-ovest. Dal punto di vista bioclimatico, questo slittamento permette di liberare spazio per creare un atrio centrale a temperatura controllata, e di riconfigurare in modo sostanziale le facciate laterali. Utilizzando gli strumenti di simulazione termica e fluidodinamica (GID e Virtual Environment) come strumenti di verifica progettuale, la configurazione finale di questi spostamenti volumetrici (differenti su ciascun piano) è quella che permette la migliore ventilazione e soleggiamento degli alloggi. La scelta di svuotare completamente l’edificio (tra le due facciate), permette inoltre di abbassare l’interpiano, ricavando così due appartamenti in più per ottimizzare anche l’aspetto economico della ristrutturazione.

Anche in questo caso il 20% in più di cubatura viene realizzato in copertura e si configura come un volume chiaramente riconoscibile, per volumetria e materiale, rispetto all’edificio preesistente, di cui costituisce una sorta di coronamento tecnologico ospitando un impianto di solare termico ed una pensilina fotovoltaica. Anche questo alloggio è destinato ad edilizia agevolata.

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Ma la caratteristica più interessante del progetto è la creazione di una serie di “interspazi” o spazi di relazione portati dal nuovo atrio: ballatoi, giardini pensili, terrazze, offerti come nuovi spazi comuni dove sviluppare relazioni di vicinato. Riqualificazione energetica ed abitativa, miglioramento delle relazioni tra edificio e contesto (performance ambientali) e nuovi spazi di relazione per gli abitanti, sono due aspetti di una stessa logica.

Cambiamo scala. Spostandoci dal centro all’estrema periferia della città: nella fascia di agro romano, ormai sempre più occupata da nuove costruzioni, subito al di là del Grande Raccordo Anulare (l’anello autostradale che circonda Roma). Qui, in stretta prossimità con il quartiere di Tor Pagnotta 1 costruito negli anni ’80, secondo le previsioni del Piano regolatore e successive varianti dovrebbe sorgere Tor Pagnotta 2, un quartiere per 10.000 distribuiti su 56 ettari di suolo. L’operazione di urbanizzazione è già iniziata e la visione satellitare mostra chiaramente il nuovo tracciato stradale sul territorio.

L’approccio scelto in questo caso è stato quello di rimettere in discussione le modalità di insediamento a partire dal numero di abitanti previsti, che si è cercato di ricalcolare in base agli obiettivi di autosufficienza alimentare (nella produzione del fresco) ed energetica.

Dal punto di vista metodologico dunque in questo caso, lavorando su una nuova edificazione, si propone di partire dalle caratteristiche del territorio per ipotizzare un numero ottimale di abitanti in relazione ad una specifica modalità insediativa. Una prima base comune ai progetti dunque è anche in questo caso una approfondita fase di lettura del luogo attraverso una serie di camminate collettive finalizzate a rilevare l’intreccio tra segni fisici ed antropici sul territorio circostante (il sistema dei fossi, i grandi quartieri di edilizia pubblica costruiti negli anni 70, il sistema delle infrastrutture, le forme di appropriazione spontanea come i numerosi orti abusivi presenti sul territorio etc.). E, successivamente, una stima grezza delle superfici necessarie alla produzione agricola, alla fitodepurazione ed alla produzione di elettricità da fotovoltaico per la nuova comunità. Una stima che considerando circa 15 mq di orto, 4 mq di solare termico e fotovoltaico e 5 mq di superficie di fitodepurazione a persona, ed immaginando di voler integrare il fotovoltaico negli edifici o in pensiline a copertura di spazi pubblici, e di escludere l’ipotesi di coltivazioni verticali (vertical farm) data la natura suburbana ed agricola dell’area, porta a ritenere che il numero degli abitanti sia all’incirca da dimezzare. Naturalmente, in questo sistema di variabili la scelta della tipologia edilizia gioca un ruolo fondamentale incidendo drasticamente sull’uso del suolo. E da questo punto di vista un altro passaggio metodologico importante è il confronto con alcuni quartieri della città presi a modello di varie tipologie edilizie e relative forme urbane (i grandi isolati a corte di Testaccio, i villini popolari di San Saba, la grande stecca di Corviale etc.).

Ancora, dal punto di vista metodologico, esattamente come nel caso dell’edificio, il passo successivo alla lettura dell’esistente e a delle prime considerazioni formali attraverso un metodo quantitativo e comparativo, riguarda l’acquisizione della consapevolezza del legame tra scelte formali e metabolismo o comportamento fisico-energetico di un edificio o di un sistema urbano (in termini di microclima e relative richieste di aerazione, illuminazione, riscaldamento e raffreddamento artificiali). Una consapevolezza che oggi va unita alla possibilità di utilizzare dei software non semplicemente per rappresentare qualcosa ma per simulare una performance con l’obiettivo naturalmente di ottimizzare l’insieme delle variabili considerate. In questo caso, i principali strumenti software utilizzati per controllare tramite simulazioni le possibili geometrie del costruito, le condizioni di comfort in ambienti interni ed all’esterno in presenza di vegetazione e specchi d’acqua, e le soluzioni impiantistiche di massima per soddisfare i bisogni energetici, sono stati Ecotec, Envimet, Pvsyst e TownScope.

Anche in questo caso consideriamo due progetti che hanno saputo integrare al meglio i vari aspetti proposti.

Il progetto di Luigi Greco e Maria Sabotinova interpreta il tema immaginando che il quartiere possa diventare un modello per la futura urbanizzazione delle zone a ridosso del GRA, proponendo una cintura di villaggi-agricoli capaci di saldare e salvaguardare il rapporto tra città e campagna, attraverso un sistema di edificazione che propone una progressiva variazione di tipologia edilizia e tessuto urbano mantenendo una differenziazione chiara tra suolo abitativo e suolo produttivo. L’edificato dunque passa da una tipologia edilizia a più alta densità con edifici a torre dislocati in isolati grandi che ospitano servizi e spazi pubblici (scuole, centri sportivi, mercati etc.) e giardini ornamentali e di fitodepurazione, ad una edificazione più fitta ma con altezze contenute (due, tre piani) all’interno di isolati più piccoli con spazi pedonali semi-privati, per poi far spazio ai terreni agricoli, punteggiati da un sistema di piccoli caseggiati funzionali (per ospitare attrezzi e materiali) diffusi negli orti di pertinenza secondo lo stesso tracciato regolatore che guida la trama urbana.

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Infatti, per garantire una continuità di percorsi e visuali con il quartiere preesistente, i progettisti decidono di mantenere e proseguire nel nuovo quartiere l’impianto a griglia ortogonale di Tor Pagnotta 1 individuando però un sistema di differenziazione delle aree basato sulle caratteristiche morfologiche e sulle infrastrutture esistenti. A nord dunque il GRA viene messo in sicurezza attraverso un buffer-parck che mitiga l’inquinamento acustico e le polveri portate dall’infrastruttura. Inoltre, la pendenza del terreno e la tendenza dell’acqua a raccogliersi in quell’area, portano a collocare lì una grande zona umida per la raccolta dell’acqua piovana e la fitodepurazione. Le caratteristiche di pendenza, ventilazione e soleggiamento ottimale della fascia a sud est dell’area sono invece determinanti per la scelta di collocare lì la zona agricola.

Dal punto di vista energetico, le tre tipologie edilizie studiate (torri, case basse, capanni agricoli) sono alimentate da impianti fotovoltaici che rispondono interamente ai bisogni di 15kwh/mq/annui delle case passive, inoltre un impianto di trigenerazione a livello di quartiere, alimentato da rifiuti organici di origine agricola e domestica (con una produzione agricola invernale, estiva e stabile), garantisce la possibilità di condizionamento sia estivo che invernale nonché l’effettiva autosufficienza del sistema in caso di nuvolosità ripetuta. Tenendo conto del fatto che circa il 30-40% del rifiuto urbano è costituito da materiale organico, prevedere un impianto di biogas all’interno del masterplan di un nuovo quartiere è un altro modo importante per ridurne l’impronta ecologica, rimettendo in circolo input ed output, forme dell’abitare e forme energetiche.

Il progetto Denser and greener di Damiano Capuzzo adotta una strategia complessiva molto diversa, a partire dalla modalità di relazione con il quartiere preesistente. Piuttosto infatti che proseguirne il tracciato, si preferisce stabilirne uno nuovo capace di ottimizzare la collocazione degli edifici rispetto al sole. Allo stesso tempo però, proprio la fascia di contatto tra il vecchio ed il nuovo quartiere diventa il centro funzionale ed energeticamente produttivo del sistema: una lunga piazza del mercato, luogo di distribuzione della produzione agricola locale, coperta da una pensilina fotovoltaica (e di raccolta dell’acqua piovana) a tessitura policroma, con trasparenze e opacità differenti. Su questa arteria principale, si innestano a pettine gli altri percorsi, che dal centro urbano si muovono in direzione della campagna. La presenza di due casali storici su uno stesso asse ortogonale alla piazza del mercato permette di individuare una fascia centrale da destinare ad un parco agricolo che si estende oltre l’edificato penetrando nella zona esclusivamente agricola.

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Al contrario di quanto visto nel masterplan precedente, qui spazio costruito, servizi ed edifici pubblici e terreno coltivato sono distribuiti in modo sostanzialmente uniforme ed integrato su tutta l’area, a meno che per le fasce di bordo lungo il GRA, anche in questo caso tenuto a distanza con un margine verde, e lungo il fosso individuato invece come zona naturalmente predisposta ad accogliere un vero e proprio parco fluviale. Qui 26.000 mq sono dedicati al trattamento delle acque grigie del quartiere, con una successione di vasche differenti per il trattamento primario e secondario, una zona umida ed un bacino di accumulo dalla capacità di 4.000 mc. Un sistema capace di trattare ogni giorno 540 mc di acque reflue, il 75% dell’acqua potabile necessaria ogni giorno alle abitazioni e riutilizzabile nei servizi e per l’agricoltura. Altri cinque laghi artificiali sono in grado di raccogliere più di 50.000 mc di acqua piovana proveniente dai tetti e dalla pavimentazione. Anche questo dunque un ciclo quasi completamente messo a sistema.

Per quanto riguarda la produzione energetica, il masterplan prevede di affidare alla sola pensilina fotovoltaica del mercato (pensilina che in realtà si estende anche nel vecchio quartiere divenendo un elemento di contaminazione e continuità tra le due aree) la risposta ai bisogni energetici delle nuove abitazioni (complessivamente 3.000 MWh/anno) per le quali, attraverso l’utilizzo di strategie bioclimatiche e tecnologie passive, si prevedono delle prestazioni ottimali con consumi di 15 kwh/mq/annui (case passive).

Una ulteriore caratteristica del quartiere è la sopraelevazione proposta per quasi tutti gli edifici: una scelta a favore della continua disponibilità del suolo. Un suolo dove orti e giardini, ed il sistema di bacini di raccolta delle acque, sono diffusi in continuità con l’abitare e le altre funzioni urbane, immaginando una forte caratterizzazione didattica e sperimentale del quartiere, dedicato specificatamente a chi voglia “vivere in un parco”, a stretto contatto con la capacità produttiva e la bellezza della terra.

Se nel primo progetto la differenziazione spaziale tra zona abitativa e aree coltivate suggeriva una verisimile discontinuità di utenti tra le due zone, sufficientemente prossime comunque da permettere un rapporto di buon vicinato, questo secondo scenario immagina di affidare proprio a questo suolo produttivo diffuso e distribuito il ruolo di motore dell’attrattività specifica di questo quartiere-laboratorio. Un laboratorio di una forma di abitare nuova e al tempo stesso antica, dove il rapporto con la terra diventi la trama per tessere non solo un rapporto più intenso con la natura ma anche relazioni sociali più forti tra giovani e adulti che vogliano coltivare il proprio orto nel weekend o a fine giornata, tra persone anziane che vogliano occupare il loro tempo libero e bambini a cui insegnare da dove viene quello che mangiamo e cosa vuol dire aver cura della vita.

Legittimo naturalmente pensare che questa non potrà mai diventare la forma più diffusa e prevalente di abitare e che il problema dell’alimentazione di una megalopoli urbana non possa certo risolversi così. Non è questo l’intento del progetto. Piuttosto, tutte le esercitazioni progettuali descritte, vanno inserite in uno scenario più ampio di cui ciascun progetto non è “la soluzione” ma una parte di essa, una sperimentazione di metodo. Complessivamente crediamo che debba immaginarsi la città come un sistema in cui convivano quartieri con qualità differenti, qualcuno probabilmente con un sistema di orti produttivi diffusi, altri forse con superfici o aree più significative dedicate alla produzione energetica, vere e proprie energy farm legate a fattori geomorfologici o funzionali favorevoli (per esempio distretti industriali), o quartieri estremamente densi con vertical farm dedicate alla produzione agroalimentare attraverso soluzioni spaziali e tecnologiche innovative. Certamente sono la città e l’architettura così come le conosciamo a dover profondamente cambiare, attraverso processi di dismissione e rifunzionalizzazione che non potranno che avvenire con un mix di imposizioni dall’alto (direttive imposte dalla politica) e di auto-trasformazioni promosse dal basso (a partire dalle esigenze e desideri dei cittadini). In questo quadro, in cui ci piacerebbe immaginare un ruolo forte per la politica ma in cui rileviamo una presenza più significativa proprio da parte della società civile sempre più sensibile al tema di un abitare, vivere e mangiare diverso, crediamo che un ruolo importante possano averlo proprio gli architetti, non solo come tecnici dell’abitare e di un nuovo abitare sostenibile, ma ancor prima come esperti di proiezioni.

In altri termini, riteniamo che la necessità di un cambiamento di rotta nelle nostre strategie abitative riporti con forza al centro dell’architettura la natura proiettiva del progetto, il suo essere pre-visione di un futuro possibile, narrazione di qualcosa che ancora non c’è ma potrebbe esserci. Questa capacità di visione-narrazione è oggi più che mai importante per dimostrare che un futuro diverso è possibile e desiderabile.

Ecco perché la vera sfida per gli architetti di oggi e di domani è saper progettare secondo natura e saper comunicare a tutti (amministrazioni e cittadini) l’importanza, la bellezza e la validità e fattibilità degli scenari di una città ideale, necessaria e concretamente realizzabile.


 

 

 

 

About paesaggisensibili

Architect and senior fellow of the McLuhan Program in Culture and Technology of Toronto University, I'm a member of the board of directors of the Italian National Institute of Architecture (IN/ARCH) in Rome, where since 2003 I am in charge of the Institute Master Programs. My studies are rooted in the fields of architecture and philosophy of science with a special interest in biology and anthropology. Key words for my research are: Man, Space, Nature, Technique, Webness, Ecology, Relations, Interactions, Resources, Energy, Landscape, Footprint, Past and Future. My goal is to build critical understanding of the present to suggest useful strategies to build the future.

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