Roma capitale dell’accoglienza?

Pubblicato su Eastwest

La lettera che la sindaca Raggi ha recentemente mandato al prefetto di Roma, per chiedere di fermare l’arrivo di migranti nella capitale, ha riportato sulle prime pagine dei giornali la questione dell’accoglienza. La questione cioè della necessità per Roma e per le altre città italiane di attrezzarsi per accogliere chi è in fuga dal proprio paese, alla ricerca di una nuova casa, in Italia o in Europa. La risposta arrivata dal Viminale ha ricordato al Campidoglio come in base al “Piano Nazionale per fronteggiare il flusso straordinario di cittadini extracomunitari”, stabilito con le Regioni e con l’Anci (l’associazione dei comuni italiani) nel luglio 2014, ogni regione debba accogliere una percentuale di migranti pari alla sua quota di accesso al Fondo nazionale per le politiche sociali. E come dunque, in base ad un attesa di circa 200mila nuovi migranti, Roma dovrà prepararsi ad accogliere altre 2mila persone in transito.

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Il Campidoglio, dopo aver risposto a sua volta che Roma farà la sua parte, ha poi immediatamente effettuato l’ennesimo (ventesimo) sgombero del campo allestito dai volontari di Baobab Experience dietro la stazione Tiburtina. Ancora una volta, uno sgombero effettuato senza aver predisposto una soluzione alloggiativa alternativa, con l’unica conseguenza dunque di disperdere temporaneamente sui marciapiedi e sotto i ponti della città 100 persone (prevalentemente giovani uomini di origine subsahariana) che nel punto di accoglienza informale avevano trovato tanto un’assistenza materiale (tende per dormire e pasti tre volte al giorno) quanto un primo servizio di assistenza e orientamento legale. L’obiettivo politico (spiegato in una intervista a Le Iene dalla stessa sindaca “Accoglienza zero: si dorme per strada”) è chiaro: scoraggiare nuovi arrivi, non far “spargere la voce” che a Roma, se arrivi a Tiburtina, qualcuno ti accoglierà e ti aiuterà.

Ma, distogliendo temporaneamente lo sguardo dalla tendopoli di Tiburtina, come funziona il sistema dell’accoglienza istituzionale oggi a Roma e più in generale in Italia? Che tipo di “rifugio” offriamo a chi ha dovuto lasciare tutto alle proprie spalle e spesso ha perso molto nel tragitto per arrivare sin qui? Che cosa abbiamo fatto in questi anni, quali strategie abbiamo costruito e messo in campo per far fronte a questo fenomeno strutturale?

Il cuore del piano nazionale del 2014, riprende e valorizza una serie di esperienze di accoglienza realizzate a partire dalla fine degli anni novanta da associazioni ed organizzazioni non governative in risposta della crisi kossovara, esperienze istituzionalizzate nel 2002 con la formalizzazione dello Sprar, il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati: una rete volontaria di enti locali finanziati dal Fondo nazionale per le politiche d’asilo per realizzare interventi di “accoglienza integrata”. Due le caratteristiche essenziali del modello Sprar. Primo, l’idea di un’accoglienza diffusa e distribuita sul territorio nazionale, con un coordinamento centrale e la collaborazione in rete di enti locali e organizzazioni della società civile. Secondo, l’idea di una accoglienza che vada oltre la dimensione materiale del vitto e alloggio, per fornire servizi di orientamento legale, di mediazione linguistica, culturale e professionale per l’accompagnamento all’inserimento abitativo e lavorativo.

Dopo i flussi straordinari del 2011 (connessi con il post primavera araba e la così detta Emergenza Nord Africa), in un contesto di saturazione dei Centri di Accoglienza governativi per i Richiedenti Asilo (Cara) e della rete Sprar, e di conseguente proliferazione di grandi Centri di Accoglienza Straordinari (Cas) coordinati dalla Protezione Civile e dalla Prefettura (e appaltati ad enti gestori spesso con procedure di affidamento diretto in risposta all’emergenza), nel luglio 2014 Governo, Regioni ed enti locali adottano il piano nazionale con l’obbiettivo di superare la logica emergenziale e di far diventare (attraverso l’ampliamento della rete Sprar) i territori sempre più protagonisti di una accoglienza diffusa ed orientata verso l’integrazione. Il piano struttura dunque il sistema di accoglienza in tre livelli: primo soccorso (servizi di soccorso, screening sanitario, identificazione nei Centri Primo Soccorso e Accoglienza), prima accoglienza (servizi di assistenza legale, verbalizzazione della domanda di asilo nei centri Cara), seconda accoglienza realizzata dalla rete Sprar (servizi di orientamento professionale e abitativo). A questo sistema si aggiungono i Centri di Identificazione ed Espulsione (Cie), veri e propri centri di reclusione per richiedenti asilo che abbiano commesso reati gravi o che abbiano presentato domanda d’asilo dopo aver ricevuto provvedimento di espulsione. E ancora, i Centri di Accoglienza Straordinaria nel caso di insufficienza dei centri governativi e della rete Sprar.

Descritto il modello generale (e teorico) proviamo a calarlo nella realtà di Roma, per guardare la consistenza effettiva di questo sistema sul territorio, le sue problematiche e possibili prospettive. Passare però dalla descrizione astratta del modello alla sua configurazione attuale a Roma è una operazione estremamente complessa perché, nonostante le vicende legate all’inchiesta di Mafia Capitale la trasparenza del sistema è ancora lontana. Non si trovano, sul sito del Comune (né si ottiene risposta scrivendo all’assessorato e al dipartimento interessato), descrizione e dati sul progetto Sprar in atto. Non si trovano, sul sito della Prefettura, informazioni sui numerosi Centri di Accoglienza Straordinaria attivi in città.

Esistono però rapporti redatti dal Ministero dell’Interno, rapporti tematici a cura della rete Sprar, analisi redatte da campagne come Accogliamoci (condotta dai Radicali Roma) e rapporti di organizzazioni come Medici Senza Frontiere (“Fuori Campo. Richiedenti asilo e rifugiati in Italia: insediamenti informali e marginalità sociale”, 2016), e Lunaria, associazione per la promozione sociale (“Il mondo di dentro. Il sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati a Roma”, 2016).

Provando dunque a tracciare una mappa ideale del sistema dell’accoglienza romana, il primo nodo di grande peso è rappresentato da un Cara (Centro di Accoglienza governativo per i Richiedenti Asilo) di dimensioni piuttosto straordinarie: oltre 800 persone. Il centro, localizzato fuori città (sulla Flaminia all’altezza del lago di Bracciano), presso una struttura della Protezione Civile nella zona industriale di Castelnuovo di Porto, è un enorme blocco di cemento recintato, circondato da un’area aperta priva di servizi e di trasporti pubblici. L’ente gestore organizza un servizio di navette verso la stazione più vicina, ma per uscire dal centro e arrivare da qualche parte occorrono poi almeno 3 euro per gli autobus. Ogni ospite riceve all’arrivo un kit composto da spazzolino, dentifricio, bagno schiuma, carta igienica, ciabatte, tuta, asciugamano, lenzuola monouso (distribuite ogni 3 giorni insieme agli altri effetti per igiene personale) ed un pocket-money di 2,50 pro die pro capite con cui è possibile acquistare nel piccolo emporio del centro biscotti, sigarette, tessere telefoniche, biglietti della metropolitana. Le persone che arrivano qui dai centri di primo soccorso sono i richiedenti protezione internazionale disponibili ad aderire al programma europeo di relocation e, poiché non è possibile indicare le nazioni verso cui si vorrebbe andare, restano qui sino alla partenza per il paese di destinazione o in attesa di trasferimento verso un centro Sprar o Cas in caso di rifiuto del paese proposto. Secondo la descrizione riportata da Lunaria in una visita effettuata nel giugno 2016 nel contesto della campagna LasciateCIEntrare (nata nel 2011 per contrastare una circolare del Ministero dell’Interno che vietava l’accesso agli organi di stampa nei Cie e nei Cara), l’edificio ospita al piano terra donne, minori e nuclei familiari e uomini soli al primo piano. Le stanze sono disadorne e con tracce di muffa alle pareti, ma poiché non c’è niente nei dintorni le persone passano la maggior parte del tempo all’interno della struttura, in uno stato di attesa vissuta con scarse informazioni e forte incertezza sullo stato della propria pratica.

Se il Cara rappresenta idealmente l’inizio di un percorso di accoglienza (che spesso in questa prima fase, che dovrebbe concludersi in 3-4 mesi, dura sino a un anno), l’estremo opposto del percorso è rappresentato dal Cie, un vero e proprio centro di detenzione in attesa dell’espulsione. Roma ospita uno dei cinque Cie italiani (gli altri si trovano a Torino, Bari, Trapani e Caltanissetta), a Ponte Galeria, non lontano dall’aeroporto Leonardo Da Vinci. Il centro ha una capienza teorica di 400 persone ma dopo un tentativo di suicidio nella sezione maschile e successive manifestazioni di protesta (per lo stato di questo luogo e la qualità della vita al suo interno), dalla fine del 2015 funziona solo la sezione femminile dove si trovano quasi 100 detenute (“ospiti” secondo la dizione del Ministero dell’Interno). Come testimoniato dalla campagna LasciateCIEntrare, la quasi totalità di queste donne ha commesso però come unico reato quello di essere stata trovata in “posizione irregolare”: prive di documenti o con documenti scaduti. Molte donne sono addirittura nate e cresciute in Italia ma da genitori stranieri, rom o dell’ex Jugoslavia: ad ogni retata nei campi, vengono portate nel Cie per essere identificate, e dopo essere trattenute per un po’, vengono rilasciate. Molte altre donne, invece, arrivate in Italia da lontano, è proprio a partire dal Cie che attivano una richiesta d’asilo.

Qualunque sia la provenienza iniziale, una volta avviata la procedura d’asilo, il destino dei migranti si divide tra l’accesso al programma di relocation che può portarli in un altro paese europeo o l’accesso alla rete Sprar in Italia (oppure ancora, in assenza di altre soluzioni, in un Centro di Accoglienza Straordinaria).

A Roma il Comune coordina un progetto Sprar articolato in una cinquantina di centri. Qui, come già detto, l’accoglienza dovrebbe divenire attiva: dovrebbe cioè tradursi in un vero e proprio progetto mirato ad orientare ed inserire i rifugiati nella realtà abitativa e lavorativa del nostro paese. Aderire al sistema Sprar significa infatti per il Comune elaborare un progetto locale, in partenariato con organizzazioni della società civile, rispondendo ad un bando del ministero dell’Interno (che a sua volta seleziona i progetti ritenuti conformi agli standard richiesti). L’adesione dei Comuni alla rete avviene su base volontaria, ma l’alternativa a questa risposta propositiva è sostanzialmente rappresentata dal subire un trasferimento di richiedenti asilo deciso e gestito a livello centrale (secondo il modello Cas). Sono pochi però i comuni che hanno effettivamente aderito alla rete e sono titolari di progetti, e la capacità di ricezione della rete è ancora largamente insufficiente.

In questo scenario, nel triennio 2014-2016 la rete Sprar della capitale ha conosciuto uno sviluppo straordinario, portando l’accoglienza diffusa della capitale da circa 150 posti dell’inizio del 2013 ad oltre 3.000 nel 2016 con un progetto di cui è titolare il comune ma che prevede diversi enti attuatori. Secondo l’analisi del rapporto Lunaria sono tre le scelte determinanti compiute dall’amministrazione che hanno permesso questa escalation, snaturando però molto spesso il senso stesso dell’ospitalità diffusa ed integrata: 1) la scelta di non privilegiare le strutture di piccole dimensioni o l’accoglienza in appartamenti; 2) l’inclusione nella rete Sprar di alcune grandi strutture istituite nel corso dell’emergenza Nord-Africa (come il grande centro Enea la cui capienza è di ben 400 posti); 3) la rinuncia a pubblicare un bando pubblico per l’identificazione degli enti attuatori, a favore di un invito ristretto rivolto ad enti già gestori di servizi di accoglienza sul territorio. Oltre 2000 posti di accoglienza sono stati così affidati a soli tre enti gestori, tutti e tre a vario titolo successivamente coinvolti nell’indagine su Mafia Capitale.

Soprattutto, per ciò che qui ci interessa, queste scelte sembrano avere tradito la concezione di una accoglienza distribuita e radicata nel territorio, collocata in piccoli centri (della dimensione di un appartamento) ben inseriti nel tessuto cittadino, che non vadano a sovraccaricare aree già problematiche e svantaggiate. L’esempio di Tor Sapienza è in questo senso emblematico di questa distorsione. In un’area periferica, già strutturalmente difficile per la presenza di un grande insediamento di edilizia popolare mai effettivamente integrato con la borgata circostante (un palazzone di 7 piani arroccato su una collina e chiuso ad anello intorno ad una corte con una spina centrale che avrebbe dovuto ospitare servizi ma che è stata invece occupata da famiglie senza dimora), con un grande viale stradale anche questo punteggiato da una spina di servizi (scuole e mercato) chiusi o in stato di semi abbandono e utilizzato per lo spaccio e la prostituzione, un campo rom sul margine del quartiere ed un Cas da 400 posti ad un paio di traverse di distanza (in via Staderini), in questo contesto, sino allo scoppio dei disordini del novembre 2014, la cooperativa Un sorriso ha gestito contemporaneamente e all’interno della stessa struttura un progetto Sprar ed un centro di prima accoglienza per oltre trenta minori stranieri.

Per capire se il caso di Tor Sapienza (per altro meno negativo di altre situazioni in cui un progetto Sprar ha condiviso la struttura con un Cas) sia oggi l’eccezione o la regola bisognerebbe disporre di una mappatura ufficiale con la localizzazione e le dimensioni delle varie tipologie di centri sul territorio. E’ certo però che l’affidamento di oltre 2mila persone a tre enti gestori non può che corrispondere ad un modello di centralizzazione in cui la persona è un numero più che un individuo da accompagnare in un percorso personalizzato di inserimento.

Del resto, la nostra mappa ideale del sistema dell’accoglienza romana non può chiudersi se non ricordando come da almeno quindici anni la città abbia visto proliferare luoghi di accoglienza informale, che non possiamo se non considerare la prova tangibile del fallimento della politica locale nella gestione dell’accoglienza. Dall’occupazione nel 2004 del cosiddetto Hotel Africa (l’ex magazzino dietro la Stazione Tiburtina, di fronte al quale oggi sorge e risorge l’accampamento del Baobab) in cui aveva trovato rifugio una comunità di quasi 500 persone, caratterizzato da un incredibile sistema di auto-organizzazione, a Palazzo Selam (ex facoltà di Lettere di Tor Vergata, occupato nel 2006, in parte da gruppi familiari sgomberati dall’Hotel Africa) arrivato ad ospitare sino a 1.200 rifugiati, all’occupazione dell’air terminal di Ostiense nel 2009, alle occupazioni promosse da Action e dai Blocchi Precari Metropolitani, protagonisti tra l’altro dell’occupazione dell’ex fabbrica di salumi Fiorucci denominata Metropoliz (e oggi diventata una straordinaria realtà di convivenza di nuclei familiari di origini diverse nonché di una comunità di curatori e artisti che ne hanno fatto uno dei più importanti musei italiani d’arte contemporanea), al grande campo di Ponte Mammolo (di nuovo circa 400 persone). Sino alla incredibile vicenda dell’ex centro di via Cupa, il Baobab, una realtà di volontari capace di organizzare non solo l’assistenza materiale ma attività come visite ai musei della città e partite di calcetto, oltre alla partecipazione ai corsi di italiano tenuti alla Casetta Rossa di Garbatella, coordinando flussi di donazioni da parte della città che assiste incredula ai continui interventi di sgombero (spesso violento) messi in atto dal comune, promettendo, senza mai realizzare, soluzioni alternative. La popolazione dei campi informali per altro raccoglie chi è rimasto fuori dai percorsi ufficiali dell’accoglienza ma anche chi nei centri è già stato e ne è uscito, con i documenti in regola, ma senza aver raggiunto un reale inserimento.

Concludendo molte questioni a Roma sembrano ancora aperte. A partire dalla trasparenza sui dati e sulle scelte che dovrebbero costituire il cuore dell’accoglienza. Come quella per esempio di chiedere agli enti gestori dei progetti Sprar di farsi carico dell’individuazione delle strutture da adibire a centri di accoglienza, una richiesta che limita il numero di possibili candidati alla gestione, facilitando i grandi enti che possono utilizzare immobili di proprietà o avere più facile accesso al credito. Compito del Comune dovrebbe essere quello di promuovere un ampio percorso partecipativo che coinvolga le istituzioni ma anche le associazioni di tutela, le organizzazioni sindacali, i movimenti sociali e le associazioni di migranti presenti sul territorio, per definire insieme un piano di accoglienza e di inclusione, che potrebbe avere al centro il recupero delle proprietà comunali sotto utilizzate o abbandonate, anche attraverso percorsi di auto costruzione che vedano i migranti come co-protagonisti di un progetto di valorizzazione della città.

Più in generale, come mi ricorda Paolo Ciani, esperto di dialogo interculturale e responsabile per la Diocesi di Roma della Comunità di Sant’Egidio, “L’accoglienza diffusa è sicuramente una risposta migliore (seppur all’apparenza più ‘faticosa’), ma va legata al problema generale del disagio abitativo di Roma dove oggi 8.000 persone vivono in spazi occupati; 7.000 nei ‘campi rom’; migliaia di famiglie sono in attesa di casa popolare. Continuare nelle scelte attuali rischia di settorializzare la questione, di creare tensione sociale e di non risolvere i problemi. Le famiglie migranti delle occupazioni che da anni vivono qui, hanno più cose in comune con gli altri residenti che con i richiedenti asilo dei Cara: più si inserirà l’accoglienza dei rifugiati in una riflessione e azione generale sull’abitare e meglio sarà per la città tutta”.

 

About paesaggisensibili

Architect and senior fellow of the McLuhan Program in Culture and Technology of Toronto University, I'm a member of the board of directors of the Italian National Institute of Architecture (IN/ARCH) in Rome, where since 2003 I am in charge of the Institute Master Programs. My studies are rooted in the fields of architecture and philosophy of science with a special interest in biology and anthropology. Key words for my research are: Man, Space, Nature, Technique, Webness, Ecology, Relations, Interactions, Resources, Energy, Landscape, Footprint, Past and Future. My goal is to build critical understanding of the present to suggest useful strategies to build the future.

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